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Luciana Grillo scrive di TU CHE NON PARLI di Graziella Bonansea

Tre donne e una bambina: Rachele Ruiz, una nonna abbandonata dal marito, arrivata dal Brasile misterioso e magico; una figlia, Noemi, che sembra a volte inesistente – come schiacciata fra sua madre e sua figlia Bianca – giovane e bella, innamorata di Gabriel, tentata dal chiostro e dal marciapiede… la bambina è Rosita, anche lei arrivata dal Brasile, abbandonata dalla mamma, in preda a imprevedibili sonnolenze.
 
E poi c’è Vanna, la giovane prostituta, c’è la ragazza di Sarajevo che «sta cercando di uscire dal pantano», c’è Penelope che «aveva continuato a tessere anche dopo l’arrivo del suo eroe»… e sullo sfondo il Brasile, le bambine di Belèm, Salvador de Baja «la città impastata con il sangue degli schiavi. La città dalle statue dei santi neri di legno e ferro che chiedono pietà e misericordia».
 
«Tu che non parli» è un romanzo affascinante e complesso, dalle tante atmosfere, fatte di attese (la nonna Rachele «dopo che il marito aveva lasciato la casa, si era perduta. Lo cercava dappertutto, presa da una follia rara e appassionata»), di vecchi conti da regolare fra Bosnia ed Erzegovina, «paesi dello scisma, abitati anche da musulmani», di guerra, come quella che combatteva Noemi «tra il desiderio di parlare e tacere, gridare l’ingiustizia e abbassare la testa», di canti e preghiere nel chiostro, «dove le suore passavano su e giù, si incrociavano tra un giro e l’altro, senza guardarsi… Bianca era ammaliata dal frusciare delle vesti lungo i muri e sul pavimento di pietra porosa, da quel correre leggero nella polvere…». 
 
Entrare in convento, per lei, sarebbe stato vivere in un’altra dimensione, senza passato, senza memoria. Di Gabriel non avrebbe ricordato niente.
Rachele, accompagnata dall’amico Sedano, usciva per andare a visitare i morti, le lapidi, le tombe; leggeva gli epitaffi, un tempo aulici, ora più scarni, recitava le preghiere, oppure ricordava il suo viaggio in Russia, «e soprattutto a San Pietroburgo, dove i ponti sulla Neva, diceva Rachele, a ore precise del giorno e della notte si aprivano… nel cuore della notte blu con la luce che sfumava dall’azzurro intenso al turchese e al rosato… I ponti su quel grande fiume mettevano insieme l’umano e il divino…».
 
L’incidente di Bianca – che combatte tra la vita e la morte – fa improvvisamente apparire Felice Ruiz, anche lui brasiliano, con la figlia Rosita, la cui voce è cambiata quando la mamma è andata via, «voce arrochita, talvolta aspra, ruvida, come se le corde vocali scivolassero a fatica su una superficie zigrinata…una voce che raschia». 
Questa bambina, «che il male l’aveva visto in faccia senza potergli dare un nome», frequenta la casa di donne amorevoli, che le offrivano la merenda e le mettevano a disposizione fogli di carta, pastelli e ciabattine. 
 
Qui disegna e canta, poi sopraggiungono gli attacchi di sonnolenza e solo Rachele – un po’ maga, un po’ nonna – può aiutarla, afferma che «Rosita doveva imparare a guardare con gli occhi dei pittori. Lei che amava il disegno, le macchie di giallo e azzurro spiaccicate sul suo grembiule largo…doveva sentire di nuovo la madre…». 
Bianca sa cosa significhi cercare una voce, lei l’aveva cercata in Gabriel, come Vanna che in una voce cercava un conforto che non si nega a una prostituta.
 
Forse Mahler, con le sue «note morbide, ariose, seppure spezzate», poteva essere di aiuto e Sostakovic, con il suo valzer che via via diventa potente, maestoso, solenne: Rosita balla, aerea, abbracciata da Rachele, da Bianca, da Noemi, da Saverio, da Sedano, finalmente «grida di gioia con una voce che tutti avvertono per un attimo squillante, aperta, cristallina… è la voce che aveva prima…prima che la rabbia cupa le incattivisse la gola».
 
E poi, la storia si conclude e a chi legge sembra di vedere Rachele con gli occhi di Rosita, Rachele che cammina in una luce strana e sembra «un hula hoop che mi viene incontro…». 

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