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EX LIBRIS su “Tu che non parli”

Il silenzio non è una creatura solitaria: Tu che non parli, di Graziella Bonansea

Negli anni Novanta, in una città imprecisata del nord Italia, si intrecciano le storie di tre donne segnate dalla perdita. Sullo sfondo, una Sarajevo in fiamme domina lo scenario geopolitico, intrecciando la perdita individuale con quella collettiva.

Non siamo più negli anni Novanta e il silenzio non ci attraversa più così tanto. O forse sì?

Ci sono momenti nella vita in cui non ci resta altro che ricorrere alla quiete, perché abbandonarsi al rumore non fa che aggiungere un altro strato di sofferenza. Vale anche la pena chiedersi cosa, tra ciò che interrompe il silenzio, ci aiuti a guarire e cosa invece ci aiuti a nasconderci. La musica sembra appartenere al primo gruppo, i ricordi dolorosi al secondo. Il silenzio non è una creatura solitaria. Assomiglia piuttosto a un mostro dalle molte teste: in una può abitare il sollievo, nelle altre può scoppiare la guerra.

Rosita, Rachele e Bianca portano dentro di sé una guerra alimentata dal trauma e dall’abbandono. Tutte e tre hanno perso qualcosa, tutte e tre sono state abbandonate. Tutte e tre subiscono le conseguenze o compiono scelte legate al peso del silenzio: Rosita, legata al cambiamento della sua voce e a un sonno improvviso che non riesce a evitare; Rachele, attratta dal mondo dei morti, di coloro che tacciono per sempre; Bianca, sospesa tra un convento di clausura e uno stato di torpore profondo. Il non detto è il quarto protagonista.

Questa storia è la stanza buia con le finestre chiuse per non far entrare l’aria calda in una giornata di caldo insopportabile. Come i soffocanti pomeriggi di agosto, la narrazione non ci affretta (non possiamo affrettarci: il corpo pesa) e non si presenta con una trama tradizionale. I frammenti ci fluttuano sopra come provenienti da un sogno febbricitante, come scelti dalla memoria frammentaria del trauma. Si passa e si ritorna, si rivisita, si cerca di cogliere una sfumatura nuova la volta successiva. Le protagoniste, Bianca soprattutto, cercano di mettere fine a un ciclo doloroso che le ferisce, ma non trovano il modo di attraversarlo.

Tu che non parli, di Graziella Bonansea, non è un romanzo per tutti: il ritmo è lento, la trama esige presenza e a tratti soffoca come un’estate in miniatura. Il silenzio non è mai uno spazio vuoto: è ambivalente, è rifugio e luogo di guarigione, ma è anche il dolore di non sapere come portare fuori la guerra interiore. L’unico modo per andare avanti è attraversare lo spessore del silenzio e della memoria, e fare i conti con le conseguenze della loro mescolanza.

Agustina Colaprete

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Biblioteche Civiche Torinesi Su “Tu che non parli” di Graziella Bonansea

Ci sono libri che arrivano al pubblico quando sono pronti e Tu che non parli di Graziella Bonansea è uno di questi. Letto da inedito da Anna Bravo, storica torinese scomparsa nel dicembre 2019, il romanzo ha impiegato anni prima di trovare la sua forma definitiva e la sua casa editoriale (VandA Edizioni, piccolo editore femminista) e questa gestazione lunga si sente, in ogni pagina, come una qualità rara. L’abbiamo presentato alla Biblioteca civica Villa Amoretti, 22 Aprile 2026, per Torino che legge

Bonansea è storica di formazione – studiosa del corpo e della soggettività femminile, dei traumi delle Guerre Mondiali, dei totalitarismi moderni. E, in questo suo sesto romanzo, le due vocazioni, la storica e la narratrice, si incontrano compiutamente. La grande storia è corpo vivo che entra nelle stanze, nei sogni, nelle voci dei personaggi. Si scrive sui corpi prima di scriversi negli archivi, sui corpi delle donne di Sarajevo violentate sistematicamente come arma di pulizia etnica, sui corpi dei bambini uccisi. 

Il romanzo è costruito intorno a tre figure femminili di età diversa. Rachele Ruiz, nonna sudamericana, ogni mese va a visitare le camere mortuarie con il suo amico Sedano – non per morbosità ma per capire cosa c’è dall’altra parte, per stare sul confine tra la vita e quello che viene dopo. Bianca, sua nipote, chimica di formazione, cerca una voce che la prenda e la travolga come le sirene dell’Odissea – quella di Dio, quella di un uomo che la guardi davvero, quella del canto delle suore sugli scalini del convento che la raggiunge come qualcosa di fisico. Rosita, una bambina brasiliana di otto anni, dopo la partenza della madre parla con una voce arrochita, da adulta, e si addormenta ogni volta che qualcuno le promette qualcosa di bello: leopardianamente preferisce sognare la promessa piuttosto che rischiare di perderla. Chi ha letto il romanzo precedente, Più che la notte (San Paolo, 2021) – dedicato alla figura di Massimiliano Kolbe e al tema del dono assoluto, irrisarcibile, a fondo perduto (qui l’approfondimento) – ritroverà in Tu che non parli la stessa struttura profonda: in quest’ultimo testo generazioni diverse di adulti si piegano su di una bambina in difficoltà, senza aspettarsi niente in cambio. 

La costruzione narrativa è concentrica, il tempo non scorre in modo lineare: la sequenza degli eventi si può ricostruire solo a fatica, dagli indizi del testo: la storia di Bianca con Gabriel precede il romanzo come un’ombra, poi la perdita silenziosa di una gravidanza, poi il desiderio del convento e l’incontro con Vanna – prostituta lucida e dignitosa, che diventa per Bianca uno specchio e un’amica – fino alla notte in cui Bianca prova lei stessa ad andare in strada e ne esce sconfitta e libera insieme. Poi l’incidente in cui Felice Ruiz – agronomo brasiliano, padre di Rosita, testimone casuale – scatta una fotografia di Bianca nell’attimo prima dell’impatto, documentando l’attraversamento di una soglia, immortalando «l’istante prima, quando non si è più e non si è ancora». 

Il titolo è un’apostrofe – «Tu che non parli» –  rivolta a qualcuno che ha perduto o nasconde la propria voce autentica. Ma nel corso della lettura ci si accorge che questo ‘tu’ cambia continuamente destinatario: è Rosita, che non è muta ma parla con una voce che non è la sua, una «voce arrochita», «da grande»; è Bianca, che nel coma non riesce ad articolare un suono; sono gli uomini inaccessibili che si chiudono ai sentimenti. 

Il romanzo esce a trent’anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo – il più lungo assedio di una capitale nella storia della guerra moderna, 1425 giorni, quasi 14.000 civili morti. E lo fa in un momento in cui quel capitolo non è ancora chiuso. All’inizio del 2026 è uscito I cecchini del weekend di Ezio Gavazzeni (PaperFIRST), un libro-inchiesta che ricostruisce uno degli episodi più atroci e meno conosciuti di quella guerra: ricchi stranieri occidentali – molti italiani, professionisti e imprenditori – pagarono somme ingenti per affiancare i cecchini serbo-bosniaci e sparare sui civili inermi di Sarajevo. Il trofeo più ambito erano i bambini, e i bossoli venivano contrassegnati di rosa o azzurro, a seconda del sesso della vittima. L’inchiesta di Gavazzeni ha portato all’apertura di un’indagine della Procura di Milano, tuttora in corso. 
Bonansea scrive che la «calma impressionante dei cecchini appostati, pronti a sparare anche ai bambini, non fermava la gente che voleva uscire per cercare cibo, andare negli ospedali, nelle scuole, nelle redazioni dei giornali» e ambienta la storia di Bianca esattamente in quegli anni, dal 1992 al 1995, facendo seguire alla protagonista le notizie di Sarajevo con ossessione. Da quei frammenti Bianca costruisce nella sua mente una figura: la ragazza di Sarajevo, contabile, che aveva costruito una vita ordinata e bella, spazzata via dalla guerra, e che nel dopoguerra si è lasciata convincere a prostituirsi: «Per un breve periodo, s’intende, poi le cose sarebbero cambiate». La ragazza deciderà di comprare fili di cotone e di seta di «tutte le sfumature dell’azzurro», rimasti in magazzino prima della guerra, e riprenderà a ricamare. Ciò che l’autrice fa con la scrittura – ricostruire vite da frammenti – la ragazza lo farà con l’ago e il filo, ricucendo lentamente la propria esistenza. 

Uno degli aspetti più caratteristici – e più inattuali – del romanzo è il modo in cui Bonansea rappresenta i rapporti tra uomini e donne. È pur vero che siamo nei primi anni Novanta e l’autrice è fedele a quel tempo. La narrativa contemporanea dominante tende a presentare le relazioni in termini di dinamiche di potere da nominare e smontare. Bonansea fa esattamente il contrario: la differenza di genere non è una costruzione ma una realtà incarnata, fisica, trasmessa nel sangue. Sono sempre le donne che aspettano, che portano il lutto per chi è vivo ma già assente, che si perdono nell’amore e si ritrovano attraverso altre donne. Sono gli uomini che partono, che si chiudono, che trattengono i sentimenti: «Gli uomini vanno, le donne restano, ma le cose sono complicate. Difficile capire persino le piante e l’universo che fa da corona». La scena più rivelatrice è quella in cui Burt Lancaster – il marito di Rachele, da lei chiamato solo con questo soprannome per la somiglianza con l’attore – torna nell’ultimo giorno nella casa che Rachele deve lasciare – non per riconciliarsi ma per accertarsi che «tutto sia finito davvero». Viene a verificare la chiusura come si verifica una partita contabile: si farà vivo «per quello che c’è ancora da regolare». Rachele è lì, con il trucco che le scivola sul viso per le lacrime. È una scena di crudeltà precisa e quasi chirurgica.

Il personaggio più perturbante rispetto a questo schema è la madre di Rosita. Fa esattamente quello che farebbero certi uomini del romanzo – abbandona, sparisce, sceglie se stessa, lascia persino la figlia. È la figura più moderna e più scomoda del libro: dimostra che la libertà di fuggire non appartiene solo agli uomini. La madre di Rosita, nel romanzo, non torna. E Rachele spiega a Rosita che forse sua madre ha perso i ricordi, che tornerà quando la nebbia si diraderà: una spiegazione misericordiosa che non è una spiegazione vera, ma un modo per stare nell’opacità senza condannare.

In questo romanzo la vita degli altri è, nella sua essenza, opaca – e pretendere di capirla sarebbe una forma sottile di violenza. Il momento più esplicito è quello in cui Vanna, nella comunità, guarda la psicologa con il golfino azzurro di angora e si chiede se a quella donna sia mai capitato niente nella vita. Bianca risponde: non possiamo saperlo. Una vita non la si può capire dall’esterno. E proprio Rachele le aveva insegnato che non si può dire «cosa sia una vita in poche frasi, una vita è una vita». È un piccolo tema che attraversa tutto il romanzo: Rachele non spiega le sue visite agli obitori – le fa e basta. Felice non spiega la sua bisessualità – la vive. Gabriel non sa spiegare perché non riesce ad amare davvero. La morte del filosofo senza nome che accompagna Bianca per tutta la vita ha versioni contraddittorie: nessuno sa come sia andata davvero. E Bonansea non spiega la psicologia dei personaggi – li fa agire, li descrive nei corpi, negli oggetti, nelle stanze. Il lettore deve imparare a stare nell’opacità, perché spiegare significa ‘togliere le pieghe’, ‘aprire completamente’ o ‘distendere’: si possono spiegare lenzuola e quotidiani ma non le vite delle persone. 

Rachele – dopo aver intuito in silenzio la gravidanza perduta di Bianca, senza mai dirlo esplicitamente – non le consiglia di stare nel dolore, di elaborarlo, di parlarne. Le dice: «Vai per quadri, Bianca. Quelli dei pittori veri. È un insegnamento. Non può che farti bene. Ci distolgono, ci portano più in là». E Bianca per un anno gira i musei d’Europa, ma non va a cercare consolazione nei ritratti d’amore o nelle giovani donne trepide: va a guardare i quadri dei vecchi. Come se il dolore di una perdita non si attraversasse attraverso il dolore stesso ma attraverso la contemplazione di chi ha già attraversato tutto. È lo stesso gesto di Rachele che visita le camere mortuarie, declinato in una forma diversa. In entrambi i casi si tratta di stare davanti a qualcosa che non risponde, che non consola, ma che dice: così stanno le cose. 

La fiaba dell’albero dell’oblido – raccontata da Sedano a Rosita in un pomeriggio in casa di Rachele, con Felice Ruiz che silenziosamente si siede ad ascoltare – è uno dei momenti più intensi del libro. C’era un re malato di ombre che aveva distrutto il suo bosco perché le ombre lo tormentavano. Per guarire doveva cercare l’albero dell’oblido, l’albero delle cose dimenticate, dove si appendono le cose che si lasciano andare al vento. Ma l’albero avvertì: chi rifiuta di stare nell’ombra si condanna all’aridità. Il re non si decise mai ad avvicinarsi all’albero e la fiaba non finisce: il re è ancora là nell’indecisione. E Sedano rassicura Rosita: una fiaba può anche rimanere sospesa, come i bei rami dell’albero dell’oblido. L’oblido non è esattamente dimenticare: è il luogo dove si depositano le cose che non si riesce a portare, e da cui poi bisogna tornare a raccoglierle. Rosita è il re che non si avvicina all’albero ma, ballando il valzer alla musica di Šostakovič, per un attimo fa il contrario: invece di fuggire dall’ombra, ci danza dentro: «Ed è lì che accade. Rosita grida di gioia con una voce che tutti avvertono per un attimo squillante, aperta, cristallina». Forse non è una guarigione definitiva ma un primo passo significativo. 

Uno dei fili più intriganti del romanzo è la presenza di un filosofo che non viene mai nominato. Compare almeno dieci volte nel testo, sempre attraverso la voce interiore di Bianca, come una presenza tutelare e ossessiva insieme. Ha le lenti rotonde, è stato braccato, si è tolto la vita. Bianca immagina che abbia volato prima di cadere. L’autrice, durante l’incontro, ha confermato di avere in mente Walter Benjamin – il grande filosofo e critico tedesco, studioso delle forme urbane, dei quadri, delle città, della storia come catastrofe; ebreo, braccato dai nazisti, morto a Port Bou nel settembre del 1940 mentre cercava di fuggire attraverso i Pirenei. Ma il filosofo senza nome nel romanzo non è un riferimento culturale da identificare: è piuttosto un’ossessione intellettuale di Bianca, pensieri che lei ha assorbito e trasformato e infine incorporato, facendoli diventare intimi e personali. Verso il finale, quando Bianca pensa a lui e alla sua idea dell’«imprescindibile danza della vita», emerge una seconda voce filosofica – quella di Nietzsche. È il Nietzsche di Così parlò Zarathustra – «potrei credere solo a un Dio che sapesse danzare» – e de La gaia scienza, in cui la leggerezza è la forma superiore del coraggio. Non occorre elaborare il dolore ma bisogna danzarci sopra. 

Il romanzo si chiude con due sezioni finali che si susseguono. La prima, «Le cicogne», in cui Rachele ha una visione in cui le cicogne volano sul cimitero e il cielo si fa scuro, una sorta di presagio. La seconda, «Cerimonie», che comincia correggendo il capitolo precedente. Non due veri e propri finali alternativi da scegliere, dunque, ma un falso allarme e la sua smentita – e poi la scena con Burt Lancaster che si presenta a casa e viene congedato con la calma di chi ha capito tutto, e Bianca che chiama Gabriel per l’ultima volta dicendogli: «non ci siamo mai incontrati». La liberazione di Bianca è certa, indipendente da tutto il resto. Ma la domanda su Rachele resta aperta: una visione premonitrice della propria morte o semplice stanchezza dopo il giro dell’isolato? Possiamo rimanere in sospeso, come Rosita per la fiaba dell’albero dell’oblido, senza doverlo scoprire a tutti i costi. 

La scrittura di Bonansea è lontanissima dall’italiano funzionale della narrativa contemporanea più visibile e diffusa. La sua prosa ha asperità, ha densità, ha parole su cui soffermarsi – oblido invece di oblio, imago per la maschera, puella per Bianca sull’altare del sacrificio. La sintassi è paratattica e cumulativa – ogni frase aggiunge qualcosa alla precedente senza spiegarla, imitando il pensiero sensoriale più che quello analitico. Le similitudini vengono dalla terra, dagli animali, dal corpo umano e soprattutto c’è la Bibbia come modello ritmico profondo. E c’è Marguerite Duras: nel capitolo 12 Bianca cita l’inizio de L’amante nella traduzione storica di Leonella Prato: «Presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi. Sono invecchiata a diciott’anni» – e lo definisce «l’inizio folgorante di un’opera rara, per bellezza, per tutto». Duras è una delle grandi scrittrici che ha inventato una voce narrativa frammentata, circolare, ossessiva, in cui i corpi parlano più della psicologia e il non detto pesa più delle parole. Un altro rimando letterario, questa volta non esplicito, compare quando Rachele riordina vecchi quaderni dalla copertina nera con i fogli dal bordo rosso – gli stessi di Quaderno proibito (prima edizione del 1952) di Alba de Céspedes, il romanzo di una donna che affida a un quaderno comprato di nascosto i pensieri che non può dire a nessuno. Se il rimando è consapevole – e data la formazione di Bonansea come storica delle donne sarebbe difficile escluderlo – il gesto di Rachele acquista un significato ulteriore: custodire in quei quaderni una vita interiore che non ha trovato pieno spazio nella vita esterna, come Valeria nel romanzo di de Céspedes. È una costante del romanzo: le citazioni letterarie non sono mai ornamentali ma entrano nel corpo dei personaggi – e Bianca in particolare usa la letteratura per interpretare la propria esistenza.

E il fatto che la guarigione arrivi attraverso la danza, attraverso la musica, attraverso la cura paziente di coloro che accolgono Rosita – non attraverso la terapia, non attraverso la comprensione razionale – dice qualcosa di profondo sulla visione del mondo di Bonansea: storica, credente, narratrice. Una visione in cui la grazia esiste, e arriva da dove non la si aspetta.

Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi)

Link all’articolo: https://bct.comune.torino.it/su-tu-che-non-parli-di-graziella-bonansea

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Luciana Grillo scrive di TU CHE NON PARLI di Graziella Bonansea

Tre donne e una bambina: Rachele Ruiz, una nonna abbandonata dal marito, arrivata dal Brasile misterioso e magico; una figlia, Noemi, che sembra a volte inesistente – come schiacciata fra sua madre e sua figlia Bianca – giovane e bella, innamorata di Gabriel, tentata dal chiostro e dal marciapiede… la bambina è Rosita, anche lei arrivata dal Brasile, abbandonata dalla mamma, in preda a imprevedibili sonnolenze.
 
E poi c’è Vanna, la giovane prostituta, c’è la ragazza di Sarajevo che «sta cercando di uscire dal pantano», c’è Penelope che «aveva continuato a tessere anche dopo l’arrivo del suo eroe»… e sullo sfondo il Brasile, le bambine di Belèm, Salvador de Baja «la città impastata con il sangue degli schiavi. La città dalle statue dei santi neri di legno e ferro che chiedono pietà e misericordia».
 
«Tu che non parli» è un romanzo affascinante e complesso, dalle tante atmosfere, fatte di attese (la nonna Rachele «dopo che il marito aveva lasciato la casa, si era perduta. Lo cercava dappertutto, presa da una follia rara e appassionata»), di vecchi conti da regolare fra Bosnia ed Erzegovina, «paesi dello scisma, abitati anche da musulmani», di guerra, come quella che combatteva Noemi «tra il desiderio di parlare e tacere, gridare l’ingiustizia e abbassare la testa», di canti e preghiere nel chiostro, «dove le suore passavano su e giù, si incrociavano tra un giro e l’altro, senza guardarsi… Bianca era ammaliata dal frusciare delle vesti lungo i muri e sul pavimento di pietra porosa, da quel correre leggero nella polvere…». 
 
Entrare in convento, per lei, sarebbe stato vivere in un’altra dimensione, senza passato, senza memoria. Di Gabriel non avrebbe ricordato niente.
Rachele, accompagnata dall’amico Sedano, usciva per andare a visitare i morti, le lapidi, le tombe; leggeva gli epitaffi, un tempo aulici, ora più scarni, recitava le preghiere, oppure ricordava il suo viaggio in Russia, «e soprattutto a San Pietroburgo, dove i ponti sulla Neva, diceva Rachele, a ore precise del giorno e della notte si aprivano… nel cuore della notte blu con la luce che sfumava dall’azzurro intenso al turchese e al rosato… I ponti su quel grande fiume mettevano insieme l’umano e il divino…».
 
L’incidente di Bianca – che combatte tra la vita e la morte – fa improvvisamente apparire Felice Ruiz, anche lui brasiliano, con la figlia Rosita, la cui voce è cambiata quando la mamma è andata via, «voce arrochita, talvolta aspra, ruvida, come se le corde vocali scivolassero a fatica su una superficie zigrinata…una voce che raschia». 
Questa bambina, «che il male l’aveva visto in faccia senza potergli dare un nome», frequenta la casa di donne amorevoli, che le offrivano la merenda e le mettevano a disposizione fogli di carta, pastelli e ciabattine. 
 
Qui disegna e canta, poi sopraggiungono gli attacchi di sonnolenza e solo Rachele – un po’ maga, un po’ nonna – può aiutarla, afferma che «Rosita doveva imparare a guardare con gli occhi dei pittori. Lei che amava il disegno, le macchie di giallo e azzurro spiaccicate sul suo grembiule largo…doveva sentire di nuovo la madre…». 
Bianca sa cosa significhi cercare una voce, lei l’aveva cercata in Gabriel, come Vanna che in una voce cercava un conforto che non si nega a una prostituta.
 
Forse Mahler, con le sue «note morbide, ariose, seppure spezzate», poteva essere di aiuto e Sostakovic, con il suo valzer che via via diventa potente, maestoso, solenne: Rosita balla, aerea, abbracciata da Rachele, da Bianca, da Noemi, da Saverio, da Sedano, finalmente «grida di gioia con una voce che tutti avvertono per un attimo squillante, aperta, cristallina… è la voce che aveva prima…prima che la rabbia cupa le incattivisse la gola».
 
E poi, la storia si conclude e a chi legge sembra di vedere Rachele con gli occhi di Rosita, Rachele che cammina in una luce strana e sembra «un hula hoop che mi viene incontro…». 

Leggi la recensione completa qui: https://www.ladigetto.it/storie-di-donne-letteratura-di-genere-638-di-luciana-grillo-0

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Presentazione di “Classificare, dominare” di Christine Delphy

Data: 27/02/2024
Ora: 18:30
Luogo: Casa delle Donne di Milano, Via Marsala 10
Evento:

Deborah Ardilli e Carlotta Cossutta presenteranno “Classificare, dominare. Chi sono gli “altri” ?” (Vanda Edizioni) di Christine Delphy.

Irriverente, incisiva, ironica, Delphy mette a nudo le colossali mistificazioni dell’ideologia dominante, sospesa tra rigetto e inclusione delle “differenze”, sempre più conciliata con le disuguaglianze che riproduce su scala nazionale e internazionale .

Chi sono gli “altri” e da che cosa dipende  il  loro statuto subalterno?  È sulla  base  del sesso, dell’orientamento sessuale, della religione, del colore della pelle e della classe che avviene la costruzione sociale dell’alterità.

L’”altro” è  la donna,  il queer, l’arabo , il  nativo, il  povero. L’ideologia  dominante  liberale tollera, cioè tende la mano, avendo cura di lasciare sospesi nel vuoto i tollerati-dominati. L’omosessuale è tollerato  se  sa mantenersi discreto, il musulmano è tollerato se si nasconde per pregare, la  donna  è  tollerata  se  le  sue esigenze egualitarie  non  ledono  il  salario  e  il potere  dell’uomo,  l’orientale  è  tollerato  se  lascia  che  gli eserciti americani uccidano la sua famiglia per liberarlo dalla dittatura. L’ingiunzione a integrarsi è soprattutto  un  invito ad  essere simili, a seguire  le  regole  non  ufficiali ma molto reali dell’Occidente

L’autrice :

Christine Delphy ricercatrice al CNRS dal 7966. Nel  1968  ha  partecipato  alla fondazione del Movimento  di  Liberazione della Donna. Ha fondato con Simone de Beauvoir le riviste “Questions féministes ” e “Nouvelle Questions feministes “, di cui è stata  direttrice   per  alcuni  decenni.  Le  sue pubblicazioni più  importanti,  oltre  a  Il nemico principale l,  sono  Il nemico principale 2, Pensare il genere, Classificare, dominare, tutti in uscita per Vanda edizioni fra il 2022 e il 2023.

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Scheda libro “Mio figlio è femminista “

«Oggi tendiamo a dire alle nostre figlie che possono essere tutto ciò che vogliono: un’astronauta e una madre, un maschiaccio e una ragazza molto femminile. Ma non facciamo lo stesso con i nostri figli maschi. Alleviamo le nostre ragazze a combattere gli stereotipi e a perseguire i loro sogni, ma non facciamo lo stesso con i nostri ragazzi.»

(Claire Cain Miller, The New York Times)

«Se vi state chiedendo, essendo padre, madre o comunque punto di riferimento adulto di un bimbo o un ragazzo, se sia possibile trasferire le idee del femminismo in un giovane d’oggi, la mia risposta è decisamente sì.»

Monica Lanfranco, femminista, giornalista, ha avuto due figli maschi, si occupa da decenni di sessismo e formazione ed è convinta che educare fin da piccoli i bambini al rispetto dell’altra, persino a non aver timore di dirsi femminista, sia una straordinaria occasione per cambiare il mondo e dare una spallata alla cultura misogina.

Per arginare la violenza maschile sulle donne occorre cambiare le parole e le pratiche educative, occorre cambiare la cultura fin dalla base. Un ragazzo gentile alla volta può cambiare il mondo. E poi cosa c’è di più politico che crescere un figlio in modo diametralmente opposto al modello machista così che, una volta adulto, vada nel mondo senza riprodurre lo stereotipo virilista e misogino, sia un alleato delle donne che incontra nel suo – e nel loro – percorso di emancipazione e libertà, liberandosi a sua volta dal patriarcato!

Come ha detto Emma Watson alle Nazioni Unite nel discorso d’investitura come testimonial della campagna HeforShe, il mondo ha bisogno di uomini femministi, e anche di femministi involontari.

In questo libro, serio, leggero e a volte ironico, troverete suggerimenti, idee e sollecitazioni su come guidare i vostri figli, o i cuccioli di uomo che state allevando, a usare uno sguardo divergente, curioso ed empatico verso l’altra da sé, per trovare il loro posto nel mondo come uomini disertori del patriarcato.

Monica Lanfranco, giornalista, scrittrice e formatrice, conduce corsi sulla comunicazione e il linguaggio non sessista, la storia del movimento delle donne, la risoluzione nonviolenta dei conflitti nel lavoro e nelle dinamiche collettive. Nel 2008 ha fondato Altradimora, luogo di seminari e incontri con ottica femminista. Dal suo libro Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi (2012) è nato il primo laboratorio di teatro sociale italiano per uomini, Manutenzioni-Uomini a nudo. Tra le pubblicazioni più recenti, Crescere uomini (2019) e, per VandA edizioni, Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo (2021). Dal 1994 dirige il trimestrale femminista Marea.

www.monicalanfranco.it

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VandA al salone del libro di Torino

Siamo lieti di annunciare che VandA Edizioni sarà presente al Salone del Libro di Torino, uno degli eventi culturali più importanti dell’anno. Saremo entusiasti di accogliervi presso il nostro stand dal 18 al 22 maggio.

Durante questi giorni emozionanti, avrete l’opportunità di scoprire le nostre ultime pubblicazioni, incontrare autori di talento e immergervi nel meraviglioso mondo della letteratura. Il nostro stand sarà allestito con cura, offrendo una vasta selezione di libri che spaziano tra vari generi e tematiche.

I nostri esperti saranno a vostra disposizione per consigliarvi e suggerirvi le letture più adatte ai vostri gusti. Sarà un’occasione unica per interagire direttamente con gli autori, partecipare a sessioni di autografi e ascoltare interessanti presentazioni e dibattiti.

Non vediamo l’ora di condividere questa esperienza con voi e di festeggiare insieme la passione per i libri. Vi invitiamo a venire a trovarci presso il nostro stand al Salone del Libro di Torino, dove vi aspetteranno tante sorprese e momenti indimenticabili.

Segnatevi queste date sul calendario e preparatevi a vivere un’esperienza letteraria unica. Saremo lieti di darvi il benvenuto al Salone del Libro di Torino dal 18 al 22 maggio. Non mancate!

VandA Edizioni
Salone del Libro di Torino
18-22 maggio 2023

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Buono da leggere

VandA adersice all’iniziativa promossa dalla regione Piemonte. Per i ragazzi dai 14 ai 24 anni residenti in Piemonte, un buono dal valore di 10 euro da spendere durante il salone del Libro di Torino.

Un’occasione per ampliare la tua biblioteca personale o scolastica e per tornare dal Salone con un libro in mano. 

Richiedi il tuo buono da leggere da 10 euro da spendere in libri presso il nostro stand!( al padiglione 2 stand N32-P31)

Come ogni anno torna il Buono da leggere. Nei cinque giorni del Salone, grazie al sostegno della Regione Piemonte, verranno distribuiti 13.000 Buoni dal valore di 10 euro per promuovere la lettura: 

  • un buono da leggere di 10 euro per i ragazzi dai 14 ai 24 anni domiciliati in Piemonte che vengono in visita al Salone
  • un buono da leggere di 10 euro per gli studenti e le studentesse delle scuole secondarie di primo e secondo grado che vengono in visita al Salone con i loro docenti
  • 10 buoni da leggere per un totale di 100 euro per le classi di scuola d’infanzia e primaria in visita al Salone 

Hai tra i 14 e i 24 anni e vivi in Piemonte? Scopri come ottenere il buono

Scarica il tuo voucher e, munito di un documento di identità e del tuo biglietto di ingresso, vai al punto di ritiro all’interno del Salone, in galleria visitatori. Ti verrà consegnato un Buono che potrai spendere nel nostro stand al padiglione 2 stand N32-P31

Scarica ora il tuo buono!

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Le disobbedienti. Una biografia di Vita Sackville-West celebra la scrittrice Aphra Behn. Che fu una spia internazionale

Riportiamo di seguito l’articolo di Francesca Vitelli su Aphra Behn, l’incomparabile Astrea, comparso originariamente qui.

Riuscire a far sì che non vi sia distinzione nel mondo del lavoro tra uomini e donne è una battaglia, iniziata secoli fa, ancora in corso. Alcune donne, con coraggio e tenacia, hanno aperto la strada sfidando le regole sociali che ne impedivano l’accesso alla sfera pubblica e a un qualsiasi impegno remunerato.
Aphra Behn (1640-1689) fu una di loro.  La sua storia, raccontata nel 1927 dalla scrittrice Vita Sackville-West, è da poco stata pubblicata da VandA edizioni con la curatela di Stefania Arcara.
A voler consegnare ai posteri la storia di una artista dimenticata nelle pieghe del tempo sono – come spesso accade – altre donne. Arcara introduce la lettura del testo di Sackville-West illustrando l’importanza delle scelte compiute dalla protagonista:  «Quando nel 1927, Vita Sackville-West celebra Aphra Behn come la prima scrittrice inglese professionista inaugura una storia letteraria femminista che, attraverso Virginia Woolf, arriva fino a noi. Aphra Behn. L’incomparabile Astrea è una biografia dai toni leggeri che illumina di luce nuova la maggiore scrittrice del Seicento inglese e la sua vita straordinaria, ma è anche un primo tentativo di analisi del rapporto tra donne, scrittura e professione letteraria, nonché fonte di ispirazione per il celebre saggio “Una stanza tutta per sé” che Virgina Woolf pubblicherà nel 1929».
Chi era Aphra Behn? Una donna fuori dal comune che visse esperienze precluse alle sue contemporanee: compì un viaggio in un lontano luogo esotico, il Suriname, fu una spia internazionale, visse la drammatica esperienza del carcere a causa dei debiti insoluti e scrisse apprezzate commedie per il teatro, contribuì alla definizione del canone letterario del romanzo moderno, compose poesie, tradusse testi e si occupò di propaganda politica.
Con lo pseudonimo di Astrea, scelto per il ruolo di agente segreto, si affermò sulla scena letteraria inglese del periodo della Restaurazione conquistando la fama. Suscitò curiosità e pettegolezzi attirando gli strali maschili per la scelta dei temi trattati e per il linguaggio usato: scriveva di sesso senza reticenze, era avvenente, intelligente, brillante e voleva divertirsi.
Per il suo essere e comportarsi come una libertina fu più nota come persona che come autrice, osava agire come gli uomini poiché non si negava né il piacere né il gusto di raccontarlo. Non solo scriveva non per passatempo ma per procurarsi da vivere, cosa già di per sé esecrabile ma, di più, scelse la drammaturgia, un’arte che si praticava in un luogo licenzioso e peccaminoso, un luogo dove le attrici erano assimilate alle prostitute: il teatro.
Dopo il claustrofobico periodo del puritanesimo con la Restaurazione si affermava la voglia di assaporare la sensualità della vita e i ruoli femminili sulle scene non erano più interpretati da ragazzi imberbi ma da donne.
Astrea costruiva i testi in modo diverso dagli altri autori, con lei il punto di vista diventa quello femminile, una donna padroneggia i canoni della commedia al pari dei colleghi e ha l’ardire di innovarli. Con il prologo e l’epilogo, formule in voga, si rivolgeva direttamente al pubblico per commentare il lavoro che presentava, le interessava la possibilità di indagare e affermare una prospettiva femminile per il libertinaggio: una donna, soprattutto non sposata, poteva scegliere di vivere come una libertina?
 «Sono certa che nessuna commedia sia mai stata scritta con quell’intento (riformare la moralità ndr)[…]; di certo le commedie si scrivono per esercitare le passioni umane, non per comprenderle».
Scrivere con un intento pedagogico, moralistico o di indirizzo non era cosa che suscitasse il suo interesse, la possibilità di esprimersi essendo sé stessa senza limitazioni per il solo fatto di essere una donna era l’intento che perseguiva. Consapevole del doppiopesismo nell’attribuzione dei codici di comportamento tra i due sessi affrontò il tema smascherando la trappola nella sua commedia più nota “The Rover” (1677) ambientata a Napoli durante il carnevale.
La festa carnevalesca è il contesto adatto per mostrare lo scambio dei ruoli in cui le dame si comportano da prostitute e viceversa poiché il destino delle donne è segnato dalla dipendenza economica che le incatena ad un uomo. Nei testi portati in scena la realtà predomina, per le donne non c’è possibilità di scelta al di fuori del matrimonio.
Sackville-West analizza lo stile letterario facendo emergere le contaminazioni francesi e spagnoli di moda per i romanzi di cappa e spada che fiaccavano la sua bravura inserendo manierismi che smorzavano le brillanti sferzate delle battute.
 «L’importanza del fatto che una donna borghese come Aphra Behn si sia guadagnata da vivere con il proprio ingegno – osserva Woolf sulla scia di Sackville-West – è maggiore di qualunque cosa ella abbia scritto». Allargando la visione, Woolf aggiunge che con Aphra Behn comincia per le donne la “libertà della mente”, attribuendole non semplicemente la capacità di guadagnare denaro, ma il merito di avere dimostrato la possibilità per le donne di una libertà di pensiero e di parola, una volta conquistata la propria autonomia.
Woolf, dunque, distingue accuratamente il successo professionale di Behn dalla qualità estetica della sua scrittura, ritenuta irrilevante, proprio come prima di lei aveva fatto Sackville-West. Le donne che ci presentano Aphra Behn concordano su questo aspetto e Virginia Woolf in “Una stanza tutta per sé” aggiunge:  «Tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn». Il testo pubblicato da VandA edizioni è interessante sotto diversi aspetti e chiavi di lettura: l’analisi letteraria, la ricostruzione storica, la visione femminista. Donne che, attraverso un passaggio di testimone nei secoli, scrivono di letteratura, sociologia, politica, spionaggio e altro perché non esistono lavori da uomini e lavori da donne. Esistono il talento, il coraggio e la tenacia.

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“A tu per tu con François Koltès” su TuttoMilano

Grazie Fiorella Fumagalli per aver segnalato l’incontro di presentazione di Racconti Italiani sull’ultimo numero di TuttoMilano, settimanale di appuntamenti, spettacoli ed eventi per il tempo libero.

Puoi leggere l’articolo QUI.

Ricordiamo che l’incontro si terrà lunedi 11 Ottobre alle ore 18.30, presso il Café Rouge del Teatro Franco Parenti di Milano. Insieme con François Koltès interverrà Oliviero Ponte di Pino e Marina Senesi leggerà alcuni brani del libro.

Il biglietto di ingresso è di 5€ e sarà possibile comprare il libro Racconti Italiani a un prezzo speciale di 10€ invece che 15€.

Vi aspettiamo!