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EX LIBRIS su “Tu che non parli”

Il silenzio non è una creatura solitaria: Tu che non parli, di Graziella Bonansea

Negli anni Novanta, in una città imprecisata del nord Italia, si intrecciano le storie di tre donne segnate dalla perdita. Sullo sfondo, una Sarajevo in fiamme domina lo scenario geopolitico, intrecciando la perdita individuale con quella collettiva.

Non siamo più negli anni Novanta e il silenzio non ci attraversa più così tanto. O forse sì?

Ci sono momenti nella vita in cui non ci resta altro che ricorrere alla quiete, perché abbandonarsi al rumore non fa che aggiungere un altro strato di sofferenza. Vale anche la pena chiedersi cosa, tra ciò che interrompe il silenzio, ci aiuti a guarire e cosa invece ci aiuti a nasconderci. La musica sembra appartenere al primo gruppo, i ricordi dolorosi al secondo. Il silenzio non è una creatura solitaria. Assomiglia piuttosto a un mostro dalle molte teste: in una può abitare il sollievo, nelle altre può scoppiare la guerra.

Rosita, Rachele e Bianca portano dentro di sé una guerra alimentata dal trauma e dall’abbandono. Tutte e tre hanno perso qualcosa, tutte e tre sono state abbandonate. Tutte e tre subiscono le conseguenze o compiono scelte legate al peso del silenzio: Rosita, legata al cambiamento della sua voce e a un sonno improvviso che non riesce a evitare; Rachele, attratta dal mondo dei morti, di coloro che tacciono per sempre; Bianca, sospesa tra un convento di clausura e uno stato di torpore profondo. Il non detto è il quarto protagonista.

Questa storia è la stanza buia con le finestre chiuse per non far entrare l’aria calda in una giornata di caldo insopportabile. Come i soffocanti pomeriggi di agosto, la narrazione non ci affretta (non possiamo affrettarci: il corpo pesa) e non si presenta con una trama tradizionale. I frammenti ci fluttuano sopra come provenienti da un sogno febbricitante, come scelti dalla memoria frammentaria del trauma. Si passa e si ritorna, si rivisita, si cerca di cogliere una sfumatura nuova la volta successiva. Le protagoniste, Bianca soprattutto, cercano di mettere fine a un ciclo doloroso che le ferisce, ma non trovano il modo di attraversarlo.

Tu che non parli, di Graziella Bonansea, non è un romanzo per tutti: il ritmo è lento, la trama esige presenza e a tratti soffoca come un’estate in miniatura. Il silenzio non è mai uno spazio vuoto: è ambivalente, è rifugio e luogo di guarigione, ma è anche il dolore di non sapere come portare fuori la guerra interiore. L’unico modo per andare avanti è attraversare lo spessore del silenzio e della memoria, e fare i conti con le conseguenze della loro mescolanza.

Agustina Colaprete

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Biblioteche Civiche Torinesi Su “Tu che non parli” di Graziella Bonansea

Ci sono libri che arrivano al pubblico quando sono pronti e Tu che non parli di Graziella Bonansea è uno di questi. Letto da inedito da Anna Bravo, storica torinese scomparsa nel dicembre 2019, il romanzo ha impiegato anni prima di trovare la sua forma definitiva e la sua casa editoriale (VandA Edizioni, piccolo editore femminista) e questa gestazione lunga si sente, in ogni pagina, come una qualità rara. L’abbiamo presentato alla Biblioteca civica Villa Amoretti, 22 Aprile 2026, per Torino che legge

Bonansea è storica di formazione – studiosa del corpo e della soggettività femminile, dei traumi delle Guerre Mondiali, dei totalitarismi moderni. E, in questo suo sesto romanzo, le due vocazioni, la storica e la narratrice, si incontrano compiutamente. La grande storia è corpo vivo che entra nelle stanze, nei sogni, nelle voci dei personaggi. Si scrive sui corpi prima di scriversi negli archivi, sui corpi delle donne di Sarajevo violentate sistematicamente come arma di pulizia etnica, sui corpi dei bambini uccisi. 

Il romanzo è costruito intorno a tre figure femminili di età diversa. Rachele Ruiz, nonna sudamericana, ogni mese va a visitare le camere mortuarie con il suo amico Sedano – non per morbosità ma per capire cosa c’è dall’altra parte, per stare sul confine tra la vita e quello che viene dopo. Bianca, sua nipote, chimica di formazione, cerca una voce che la prenda e la travolga come le sirene dell’Odissea – quella di Dio, quella di un uomo che la guardi davvero, quella del canto delle suore sugli scalini del convento che la raggiunge come qualcosa di fisico. Rosita, una bambina brasiliana di otto anni, dopo la partenza della madre parla con una voce arrochita, da adulta, e si addormenta ogni volta che qualcuno le promette qualcosa di bello: leopardianamente preferisce sognare la promessa piuttosto che rischiare di perderla. Chi ha letto il romanzo precedente, Più che la notte (San Paolo, 2021) – dedicato alla figura di Massimiliano Kolbe e al tema del dono assoluto, irrisarcibile, a fondo perduto (qui l’approfondimento) – ritroverà in Tu che non parli la stessa struttura profonda: in quest’ultimo testo generazioni diverse di adulti si piegano su di una bambina in difficoltà, senza aspettarsi niente in cambio. 

La costruzione narrativa è concentrica, il tempo non scorre in modo lineare: la sequenza degli eventi si può ricostruire solo a fatica, dagli indizi del testo: la storia di Bianca con Gabriel precede il romanzo come un’ombra, poi la perdita silenziosa di una gravidanza, poi il desiderio del convento e l’incontro con Vanna – prostituta lucida e dignitosa, che diventa per Bianca uno specchio e un’amica – fino alla notte in cui Bianca prova lei stessa ad andare in strada e ne esce sconfitta e libera insieme. Poi l’incidente in cui Felice Ruiz – agronomo brasiliano, padre di Rosita, testimone casuale – scatta una fotografia di Bianca nell’attimo prima dell’impatto, documentando l’attraversamento di una soglia, immortalando «l’istante prima, quando non si è più e non si è ancora». 

Il titolo è un’apostrofe – «Tu che non parli» –  rivolta a qualcuno che ha perduto o nasconde la propria voce autentica. Ma nel corso della lettura ci si accorge che questo ‘tu’ cambia continuamente destinatario: è Rosita, che non è muta ma parla con una voce che non è la sua, una «voce arrochita», «da grande»; è Bianca, che nel coma non riesce ad articolare un suono; sono gli uomini inaccessibili che si chiudono ai sentimenti. 

Il romanzo esce a trent’anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo – il più lungo assedio di una capitale nella storia della guerra moderna, 1425 giorni, quasi 14.000 civili morti. E lo fa in un momento in cui quel capitolo non è ancora chiuso. All’inizio del 2026 è uscito I cecchini del weekend di Ezio Gavazzeni (PaperFIRST), un libro-inchiesta che ricostruisce uno degli episodi più atroci e meno conosciuti di quella guerra: ricchi stranieri occidentali – molti italiani, professionisti e imprenditori – pagarono somme ingenti per affiancare i cecchini serbo-bosniaci e sparare sui civili inermi di Sarajevo. Il trofeo più ambito erano i bambini, e i bossoli venivano contrassegnati di rosa o azzurro, a seconda del sesso della vittima. L’inchiesta di Gavazzeni ha portato all’apertura di un’indagine della Procura di Milano, tuttora in corso. 
Bonansea scrive che la «calma impressionante dei cecchini appostati, pronti a sparare anche ai bambini, non fermava la gente che voleva uscire per cercare cibo, andare negli ospedali, nelle scuole, nelle redazioni dei giornali» e ambienta la storia di Bianca esattamente in quegli anni, dal 1992 al 1995, facendo seguire alla protagonista le notizie di Sarajevo con ossessione. Da quei frammenti Bianca costruisce nella sua mente una figura: la ragazza di Sarajevo, contabile, che aveva costruito una vita ordinata e bella, spazzata via dalla guerra, e che nel dopoguerra si è lasciata convincere a prostituirsi: «Per un breve periodo, s’intende, poi le cose sarebbero cambiate». La ragazza deciderà di comprare fili di cotone e di seta di «tutte le sfumature dell’azzurro», rimasti in magazzino prima della guerra, e riprenderà a ricamare. Ciò che l’autrice fa con la scrittura – ricostruire vite da frammenti – la ragazza lo farà con l’ago e il filo, ricucendo lentamente la propria esistenza. 

Uno degli aspetti più caratteristici – e più inattuali – del romanzo è il modo in cui Bonansea rappresenta i rapporti tra uomini e donne. È pur vero che siamo nei primi anni Novanta e l’autrice è fedele a quel tempo. La narrativa contemporanea dominante tende a presentare le relazioni in termini di dinamiche di potere da nominare e smontare. Bonansea fa esattamente il contrario: la differenza di genere non è una costruzione ma una realtà incarnata, fisica, trasmessa nel sangue. Sono sempre le donne che aspettano, che portano il lutto per chi è vivo ma già assente, che si perdono nell’amore e si ritrovano attraverso altre donne. Sono gli uomini che partono, che si chiudono, che trattengono i sentimenti: «Gli uomini vanno, le donne restano, ma le cose sono complicate. Difficile capire persino le piante e l’universo che fa da corona». La scena più rivelatrice è quella in cui Burt Lancaster – il marito di Rachele, da lei chiamato solo con questo soprannome per la somiglianza con l’attore – torna nell’ultimo giorno nella casa che Rachele deve lasciare – non per riconciliarsi ma per accertarsi che «tutto sia finito davvero». Viene a verificare la chiusura come si verifica una partita contabile: si farà vivo «per quello che c’è ancora da regolare». Rachele è lì, con il trucco che le scivola sul viso per le lacrime. È una scena di crudeltà precisa e quasi chirurgica.

Il personaggio più perturbante rispetto a questo schema è la madre di Rosita. Fa esattamente quello che farebbero certi uomini del romanzo – abbandona, sparisce, sceglie se stessa, lascia persino la figlia. È la figura più moderna e più scomoda del libro: dimostra che la libertà di fuggire non appartiene solo agli uomini. La madre di Rosita, nel romanzo, non torna. E Rachele spiega a Rosita che forse sua madre ha perso i ricordi, che tornerà quando la nebbia si diraderà: una spiegazione misericordiosa che non è una spiegazione vera, ma un modo per stare nell’opacità senza condannare.

In questo romanzo la vita degli altri è, nella sua essenza, opaca – e pretendere di capirla sarebbe una forma sottile di violenza. Il momento più esplicito è quello in cui Vanna, nella comunità, guarda la psicologa con il golfino azzurro di angora e si chiede se a quella donna sia mai capitato niente nella vita. Bianca risponde: non possiamo saperlo. Una vita non la si può capire dall’esterno. E proprio Rachele le aveva insegnato che non si può dire «cosa sia una vita in poche frasi, una vita è una vita». È un piccolo tema che attraversa tutto il romanzo: Rachele non spiega le sue visite agli obitori – le fa e basta. Felice non spiega la sua bisessualità – la vive. Gabriel non sa spiegare perché non riesce ad amare davvero. La morte del filosofo senza nome che accompagna Bianca per tutta la vita ha versioni contraddittorie: nessuno sa come sia andata davvero. E Bonansea non spiega la psicologia dei personaggi – li fa agire, li descrive nei corpi, negli oggetti, nelle stanze. Il lettore deve imparare a stare nell’opacità, perché spiegare significa ‘togliere le pieghe’, ‘aprire completamente’ o ‘distendere’: si possono spiegare lenzuola e quotidiani ma non le vite delle persone. 

Rachele – dopo aver intuito in silenzio la gravidanza perduta di Bianca, senza mai dirlo esplicitamente – non le consiglia di stare nel dolore, di elaborarlo, di parlarne. Le dice: «Vai per quadri, Bianca. Quelli dei pittori veri. È un insegnamento. Non può che farti bene. Ci distolgono, ci portano più in là». E Bianca per un anno gira i musei d’Europa, ma non va a cercare consolazione nei ritratti d’amore o nelle giovani donne trepide: va a guardare i quadri dei vecchi. Come se il dolore di una perdita non si attraversasse attraverso il dolore stesso ma attraverso la contemplazione di chi ha già attraversato tutto. È lo stesso gesto di Rachele che visita le camere mortuarie, declinato in una forma diversa. In entrambi i casi si tratta di stare davanti a qualcosa che non risponde, che non consola, ma che dice: così stanno le cose. 

La fiaba dell’albero dell’oblido – raccontata da Sedano a Rosita in un pomeriggio in casa di Rachele, con Felice Ruiz che silenziosamente si siede ad ascoltare – è uno dei momenti più intensi del libro. C’era un re malato di ombre che aveva distrutto il suo bosco perché le ombre lo tormentavano. Per guarire doveva cercare l’albero dell’oblido, l’albero delle cose dimenticate, dove si appendono le cose che si lasciano andare al vento. Ma l’albero avvertì: chi rifiuta di stare nell’ombra si condanna all’aridità. Il re non si decise mai ad avvicinarsi all’albero e la fiaba non finisce: il re è ancora là nell’indecisione. E Sedano rassicura Rosita: una fiaba può anche rimanere sospesa, come i bei rami dell’albero dell’oblido. L’oblido non è esattamente dimenticare: è il luogo dove si depositano le cose che non si riesce a portare, e da cui poi bisogna tornare a raccoglierle. Rosita è il re che non si avvicina all’albero ma, ballando il valzer alla musica di Šostakovič, per un attimo fa il contrario: invece di fuggire dall’ombra, ci danza dentro: «Ed è lì che accade. Rosita grida di gioia con una voce che tutti avvertono per un attimo squillante, aperta, cristallina». Forse non è una guarigione definitiva ma un primo passo significativo. 

Uno dei fili più intriganti del romanzo è la presenza di un filosofo che non viene mai nominato. Compare almeno dieci volte nel testo, sempre attraverso la voce interiore di Bianca, come una presenza tutelare e ossessiva insieme. Ha le lenti rotonde, è stato braccato, si è tolto la vita. Bianca immagina che abbia volato prima di cadere. L’autrice, durante l’incontro, ha confermato di avere in mente Walter Benjamin – il grande filosofo e critico tedesco, studioso delle forme urbane, dei quadri, delle città, della storia come catastrofe; ebreo, braccato dai nazisti, morto a Port Bou nel settembre del 1940 mentre cercava di fuggire attraverso i Pirenei. Ma il filosofo senza nome nel romanzo non è un riferimento culturale da identificare: è piuttosto un’ossessione intellettuale di Bianca, pensieri che lei ha assorbito e trasformato e infine incorporato, facendoli diventare intimi e personali. Verso il finale, quando Bianca pensa a lui e alla sua idea dell’«imprescindibile danza della vita», emerge una seconda voce filosofica – quella di Nietzsche. È il Nietzsche di Così parlò Zarathustra – «potrei credere solo a un Dio che sapesse danzare» – e de La gaia scienza, in cui la leggerezza è la forma superiore del coraggio. Non occorre elaborare il dolore ma bisogna danzarci sopra. 

Il romanzo si chiude con due sezioni finali che si susseguono. La prima, «Le cicogne», in cui Rachele ha una visione in cui le cicogne volano sul cimitero e il cielo si fa scuro, una sorta di presagio. La seconda, «Cerimonie», che comincia correggendo il capitolo precedente. Non due veri e propri finali alternativi da scegliere, dunque, ma un falso allarme e la sua smentita – e poi la scena con Burt Lancaster che si presenta a casa e viene congedato con la calma di chi ha capito tutto, e Bianca che chiama Gabriel per l’ultima volta dicendogli: «non ci siamo mai incontrati». La liberazione di Bianca è certa, indipendente da tutto il resto. Ma la domanda su Rachele resta aperta: una visione premonitrice della propria morte o semplice stanchezza dopo il giro dell’isolato? Possiamo rimanere in sospeso, come Rosita per la fiaba dell’albero dell’oblido, senza doverlo scoprire a tutti i costi. 

La scrittura di Bonansea è lontanissima dall’italiano funzionale della narrativa contemporanea più visibile e diffusa. La sua prosa ha asperità, ha densità, ha parole su cui soffermarsi – oblido invece di oblio, imago per la maschera, puella per Bianca sull’altare del sacrificio. La sintassi è paratattica e cumulativa – ogni frase aggiunge qualcosa alla precedente senza spiegarla, imitando il pensiero sensoriale più che quello analitico. Le similitudini vengono dalla terra, dagli animali, dal corpo umano e soprattutto c’è la Bibbia come modello ritmico profondo. E c’è Marguerite Duras: nel capitolo 12 Bianca cita l’inizio de L’amante nella traduzione storica di Leonella Prato: «Presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi. Sono invecchiata a diciott’anni» – e lo definisce «l’inizio folgorante di un’opera rara, per bellezza, per tutto». Duras è una delle grandi scrittrici che ha inventato una voce narrativa frammentata, circolare, ossessiva, in cui i corpi parlano più della psicologia e il non detto pesa più delle parole. Un altro rimando letterario, questa volta non esplicito, compare quando Rachele riordina vecchi quaderni dalla copertina nera con i fogli dal bordo rosso – gli stessi di Quaderno proibito (prima edizione del 1952) di Alba de Céspedes, il romanzo di una donna che affida a un quaderno comprato di nascosto i pensieri che non può dire a nessuno. Se il rimando è consapevole – e data la formazione di Bonansea come storica delle donne sarebbe difficile escluderlo – il gesto di Rachele acquista un significato ulteriore: custodire in quei quaderni una vita interiore che non ha trovato pieno spazio nella vita esterna, come Valeria nel romanzo di de Céspedes. È una costante del romanzo: le citazioni letterarie non sono mai ornamentali ma entrano nel corpo dei personaggi – e Bianca in particolare usa la letteratura per interpretare la propria esistenza.

E il fatto che la guarigione arrivi attraverso la danza, attraverso la musica, attraverso la cura paziente di coloro che accolgono Rosita – non attraverso la terapia, non attraverso la comprensione razionale – dice qualcosa di profondo sulla visione del mondo di Bonansea: storica, credente, narratrice. Una visione in cui la grazia esiste, e arriva da dove non la si aspetta.

Testo di Stefania Marengo (Biblioteche civiche torinesi)

Link all’articolo: https://bct.comune.torino.it/su-tu-che-non-parli-di-graziella-bonansea

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Luciana Grillo scrive di TU CHE NON PARLI di Graziella Bonansea

Tre donne e una bambina: Rachele Ruiz, una nonna abbandonata dal marito, arrivata dal Brasile misterioso e magico; una figlia, Noemi, che sembra a volte inesistente – come schiacciata fra sua madre e sua figlia Bianca – giovane e bella, innamorata di Gabriel, tentata dal chiostro e dal marciapiede… la bambina è Rosita, anche lei arrivata dal Brasile, abbandonata dalla mamma, in preda a imprevedibili sonnolenze.
 
E poi c’è Vanna, la giovane prostituta, c’è la ragazza di Sarajevo che «sta cercando di uscire dal pantano», c’è Penelope che «aveva continuato a tessere anche dopo l’arrivo del suo eroe»… e sullo sfondo il Brasile, le bambine di Belèm, Salvador de Baja «la città impastata con il sangue degli schiavi. La città dalle statue dei santi neri di legno e ferro che chiedono pietà e misericordia».
 
«Tu che non parli» è un romanzo affascinante e complesso, dalle tante atmosfere, fatte di attese (la nonna Rachele «dopo che il marito aveva lasciato la casa, si era perduta. Lo cercava dappertutto, presa da una follia rara e appassionata»), di vecchi conti da regolare fra Bosnia ed Erzegovina, «paesi dello scisma, abitati anche da musulmani», di guerra, come quella che combatteva Noemi «tra il desiderio di parlare e tacere, gridare l’ingiustizia e abbassare la testa», di canti e preghiere nel chiostro, «dove le suore passavano su e giù, si incrociavano tra un giro e l’altro, senza guardarsi… Bianca era ammaliata dal frusciare delle vesti lungo i muri e sul pavimento di pietra porosa, da quel correre leggero nella polvere…». 
 
Entrare in convento, per lei, sarebbe stato vivere in un’altra dimensione, senza passato, senza memoria. Di Gabriel non avrebbe ricordato niente.
Rachele, accompagnata dall’amico Sedano, usciva per andare a visitare i morti, le lapidi, le tombe; leggeva gli epitaffi, un tempo aulici, ora più scarni, recitava le preghiere, oppure ricordava il suo viaggio in Russia, «e soprattutto a San Pietroburgo, dove i ponti sulla Neva, diceva Rachele, a ore precise del giorno e della notte si aprivano… nel cuore della notte blu con la luce che sfumava dall’azzurro intenso al turchese e al rosato… I ponti su quel grande fiume mettevano insieme l’umano e il divino…».
 
L’incidente di Bianca – che combatte tra la vita e la morte – fa improvvisamente apparire Felice Ruiz, anche lui brasiliano, con la figlia Rosita, la cui voce è cambiata quando la mamma è andata via, «voce arrochita, talvolta aspra, ruvida, come se le corde vocali scivolassero a fatica su una superficie zigrinata…una voce che raschia». 
Questa bambina, «che il male l’aveva visto in faccia senza potergli dare un nome», frequenta la casa di donne amorevoli, che le offrivano la merenda e le mettevano a disposizione fogli di carta, pastelli e ciabattine. 
 
Qui disegna e canta, poi sopraggiungono gli attacchi di sonnolenza e solo Rachele – un po’ maga, un po’ nonna – può aiutarla, afferma che «Rosita doveva imparare a guardare con gli occhi dei pittori. Lei che amava il disegno, le macchie di giallo e azzurro spiaccicate sul suo grembiule largo…doveva sentire di nuovo la madre…». 
Bianca sa cosa significhi cercare una voce, lei l’aveva cercata in Gabriel, come Vanna che in una voce cercava un conforto che non si nega a una prostituta.
 
Forse Mahler, con le sue «note morbide, ariose, seppure spezzate», poteva essere di aiuto e Sostakovic, con il suo valzer che via via diventa potente, maestoso, solenne: Rosita balla, aerea, abbracciata da Rachele, da Bianca, da Noemi, da Saverio, da Sedano, finalmente «grida di gioia con una voce che tutti avvertono per un attimo squillante, aperta, cristallina… è la voce che aveva prima…prima che la rabbia cupa le incattivisse la gola».
 
E poi, la storia si conclude e a chi legge sembra di vedere Rachele con gli occhi di Rosita, Rachele che cammina in una luce strana e sembra «un hula hoop che mi viene incontro…». 

Leggi la recensione completa qui: https://www.ladigetto.it/storie-di-donne-letteratura-di-genere-638-di-luciana-grillo-0

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Dicono di noi: Tu che non parli” su Un Libro Sotto La Lampada

Incipit

“Di notte il caldo è insopportabile. Il sudore incolla braccia, gambe, schiena al lenzuolo. Ogni  minima oscillazione aumenta quel senso di soffocamento che arriva alle narici. E se nel letto si è in due è anche peggio. Un solo scatto aggrava il malessere generale. Il caldo mette chiunque sotto una cappa rovente. Il caldo divide, scompone, e le figure si moltiplicano come nel deserto, quando i vapori si alzano dalla sabbia”.

Pensieri luminosi

Ci sono libri che fanno rumore, e poi ce ne sono altri che scelgono di restare in silenzio. Tu che non parli appartiene a questi ultimi: non entra nella vita del lettore con forza, ma si insinua piano, come una luce bassa che non disturba e proprio per questo illumina meglio. 

Al centro del romanzo ci sono tre donne Bianca, Rachele e Rosita  legate da un filo che non è solo familiare, ma emotivo, quasi invisibile. La storia prende forma attorno a un’assenza, a una perdita che non viene mai raccontata con clamore, ma che si avverte in ogni gesto, in ogni esitazione. È come se qualcosa si fosse spezzato prima ancora che il libro iniziasse, e tutto ciò che leggiamo fosse il tentativo, fragile e imperfetto, di abitare quella frattura. 

Bianca si muove dentro questo vuoto con una fatica silenziosa, come se ogni passo fosse un confronto con ciò che non è più. Rachele sembra portare un’inquietudine più sotterranea, fatta di domande che non trovano voce. Rosita, invece, appare a tratti più concreta, ma non per questo meno segnata: anche in lei si avverte quella distanza sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto. Non c’è una trama nel senso tradizionale, lineare, rassicurante. Piuttosto, ci sono frammenti di vita, ricordi, relazioni che si sfiorano senza mai risolversi del tutto. Il passato e il presente si intrecciano senza confini netti, proprio come accade nella memoria, dove tutto ritorna in modo imprevedibile. E in questo intreccio, il non detto diventa più importante di ciò che viene esplicitato. L’ho letto come si ascolta qualcosa di fragile. Con attenzione, ma anche con una specie di cautela, come se ogni parola potesse incrinare un equilibrio sottile. E forse è proprio questo che il romanzo custodisce: un equilibrio fatto di assenze, di pause, di respiri trattenuti. Il silenzio, qui, non è mai vuoto. È materia viva. È ciò che resta quando le parole non bastano più, o quando fanno troppo male per essere pronunciate. È uno spazio abitato, denso, a tratti persino ingombrante. E mentre leggevo, mi accorgevo che quel silenzio non apparteneva solo ai personaggi: iniziava lentamente a somigliare anche al mio. 

I personaggi si muovono come ombre leggere dentro questo spazio. Non chiedono di essere compresi fino in fondo, non si raccontano completamente. E in questo loro trattenersi, in questo loro restare un passo indietro rispetto allo sguardo, ho trovato qualcosa di profondamente vero. Perché nessuno, davvero, si lascia mai conoscere del tutto.

La scrittura dell’autrice è fatta di sottrazione. Toglie, lima, alleggerisce. E così facendo, lascia emergere qualcosa di più essenziale, quasi invisibile. Ci sono frasi che sembrano appena sussurrate, e proprio per questo restano. Non colpiscono subito: sedimentano. A volte mi sono fermata. Non perché non capissi, ma perché sentivo il bisogno di restare lì, dentro una frase, come si resta qualche secondo in più in una stanza prima di uscire. È una lettura che chiede tempo, ma non lo ruba: lo trasforma. Il titolo, a un certo punto, smette di indicare qualcun altro. Diventa una voce che si avvicina. “Tu che non parli” non è più solo un destinatario: è una domanda sospesa, un’eco. Mi sono chiesta più volte a chi stessi pensando davvero mentre leggevo. E la risposta cambiava, continuamente. C’è una malinconia sottile che attraversa tutto il romanzo, ma non è mai pesante. È una malinconia che somiglia a certe sere d’inverno, quando la luce arriva obliqua e tutto sembra più fermo, più lento. Non c’è disperazione, piuttosto una forma di consapevolezza quieta, quasi accettata. Non è un libro che consola. Non offre risposte nette, né chiusure rassicuranti. Ma offre qualcosa di diverso, e forse più raro: uno spazio in cui sostare senza dover per forza capire, senza dover riempire ogni vuoto. 

Quando ho chiuso l’ultima pagina, non ho avuto la sensazione di aver concluso qualcosa. Era più simile a quando si spegne una lampada e si resta per un attimo nel buio, con gli occhi ancora pieni di luce. 

Tu che non parli è un libro che non si impone, non trattiene. Ma resta. Resta come certe parole che non abbiamo detto, e che proprio per questo continuano a esistere.

Puoi leggere l’articolo completo su: https://unlibrosottolalampada.blogspot.com/2026/04/tu-che-non-parli-di-graziella-bonansea.html

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“TU CHE NON PARLI” DI GRAZIELLA BONANSEA PROPOSTO AL PREMIO STREGA 2026

«Il libro ha la capacità di creare suspense grazie a un gioco di detto/non detto/alluso/posticipato che, sebbene il copione si snodi nella quotidianità, ricorda per certi aspetti il modello del mistery. Per questo ci si sente trascinati da una pagina all’altra.» Anna Bravo

Potete acquistare il libro sui nostri canali, qui per cartaceo, e qui per Ebook!

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Dicono di noi: Carne da macello su Marie Claire

Dobbiamo rileggere “Carne da macello” il libro che svelò il legame fra bistecche e maschilismo

Rivoluzionario, illuminante e boicottato: sui social è tornato alla ribalta il saggio bomba del femminismo vegano

Che voi siate vegetariani/vegani oppure onnivori, vi sarà capitato di sbirciare sotto a uno dei tanti post che invitano ad abbandonare il consumo di carne, e vi sarete accorti che i commenti più sprezzanti e le faccine che ridono vengono lasciati soprattutto da uomini. A volte sembra quasi che l’utente attacchi i vegetariani come se fosse preso da una sorta di ansia, una paura che se dovesse diffondersi quella scuola di pensiero, per lui sarebbe la catastrofe. Ci sono persino troll organizzati a lasciare recensioni negativi ai ristoranti vegani, cercando di farli chiudere. Vi siete mai chiesti perché? Vi stupirebbe nello scoprire che il consumo di carne e il femminismo sono molto legati, e che la prima ad accorgersene è stata una donna, che nel 1990 ha scritto un saggio intitolato Carne da macello, la politica sessuale della carne, con cui ottenne un successo strepitoso editoriale.

La storia inizia alla fine degli anni, quando un’attivista di nome Carol J. Adams cercava un editore per il suo libro. Non era facile, quelli che contattava la prendevano per pazza prima ancora di leggere il manoscritto, o forse non lo leggevano affatto perché per bocciarlo gli bastava la presentazione: “Un saggio sull’interazione tra la radicata misoginia culturale della società contemporanea e la sua ossessione per la carne e la mascolinità”Prego? Cestinare subito. Chissà quanti di quegli editori si sono poi mangiati i gomiti. Nel 1989, infatti, Adams venne a conoscenza del Women’s Studies Award, una premio indetto dalla casa editrice accademica Continuum “per sostenere e premiare gli autori di eccellenti testi nell’ambito degli Women’s Studies”. Concorse col suo manoscritto, e quell’anno vinse lei. Il suo libro venne quindi pubblicato (il titolo originale, frutto di un lungo brainstorming è: The Sexual Politics of Meat: A Feminist-Vegetarian Critical Theory) che in Italia sarebbe uscito, appunto, come Carne da macello, la politica sessuale della carne (ora in libreria per VandA Edizioni). Un successo planetario.

Potete leggere l’articolo completo di Debora Attanasio al seguente link: https://www.marieclaire.it/food/a65032963/carne-da-macello-libro-femminista/.

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Corinne Maier

Corinne Maier è economista, psicoanalista e autrice di numerosi saggi, tra le opere tradotte in italiano si ricordano: Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile (Bompiani 2005), Buongiorno lettino. Come sopravvivere all’analisi ridendo (Bompiani 2006) e No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli (Bompiani 2008).

VandA ha pubblicato il suo #Me First nel marzo 2025.

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Dicono di noi: Eroine su Leggere Donna

Claude Cahun, conosciuta all’anagrafe come Lucy Schwob, cresce nella Francia raffinata e contraddittoria della Belle Époque, un’epoca attraversata da fermenti culturali e dalla nascita dei primi movimenti femministi. In un contesto che inizia a ridefinire i ruoli femminili, Cahun si afferma come figura radicale e visionaria: fotografa, scrittrice e intellettuale, si distingue non solo per la forza espressiva della sua arte, ma per la profonda coerenza tra vita e creazione. Di origini ebree, queer e in costante conflitto con la propria famiglia, sceglie di sfidare apertamente le convenzioni sociali adottando un’identità fluida e ambigua, racchiusa nello pseudonimo di “Claude”.

Eroine, raccolta di racconti scritta tra il 1920 e il 1924, è una delle opere più audaci e affilate di Claude Cahun. Attraverso uno stile ironico e tagliente, l’autrice rilegge in chiave sovversiva alcune delle più celebri figure femminili della Bibbia, della mitologia e del mondo fiabesco. Le sue protagoniste non sono più icone di virtù e obbedienza, ma donne imperfette, desiderose, disordinate, che si sottraggono con forza agli archetipi in cui la cultura patriarcale le ha confinate. Così Penelope, da sposa devota e fedele, si fa incerta e seducibile; Maria, madre di Cristo, non celebra la verginità ma la rifiuta come un peso da cui affrancarsi, Cenerentola, attratta dalla sottomissione come destino naturale, assume i tratti di una creatura masochista mentre La Bella si innamora del lato mostruoso della Bestia riconoscendo nella sua trasformazione in essere umano non una redenzione, ma un tradimento.

Attraverso questi rovesciamenti audaci, Cahun scardina le immagini tradizionali di moglie e madre devote restituendo alle sue “eroine” una voce potente, ambigua e moderna. Le sue parole diventano strumenti di dissenso e liberazione, un invito a guardare oltre i miti rassicuranti del femminile per scoprire un territorio più autentico, inquieto e umano. L’opera, arricchita da un’introduzione critica di Desiré Calanni Rindina, sfida il patriarcato con linguaggio audace e visione moderna, restituendo voce e complessità a figure storicamente relegate al silenzio.

Il resto dell’articolo, scritto da Marta Armiento, si trova sulla rivista di Luciana Tufani Editrice Leggere Donna, numero 207, annata 2025: https://www.leggeredonna.it/category/leggere-donna/annata-2025/

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Maria Vittoria Sesta

Maria Vittoria Sesta (1959), siciliana di Siracusa, vive tra l’Italia e il Texas. Ha due figli, Thomas e Oliver. Visual designer e illustratrice, inizia la sua carriera negli anni Ottanta in Italia. La sua opera prende ispirazione dalla luce prima della tempesta, il deserto roccioso, la festa di Santa Lucia. Ama le storie, i collage e l’arte prodotta da materiale di reciclo.

Ha illustrato il libro Ci sei. Diario di una nonna in attesa, scritto da Anna Maria Briga e pubblicato da VandA nel 2019.

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Anna Maria Briga

Anna Maria Briga (1961), siciliana di Enna, vive a Catania. Ha due figlie, Alessandra e Federica, e lavora nel settore delle telecomunicazioni. La sua passione primaria è la lettura, ama il teatro, il cinema, le mostre, organizza eventi e attività turistiche. Studiare è una costante della sua vita, così come viaggiare. Porta orologi che non segnano l’ora, per essere padrona del suo tempo.

Per VandA ha scritto Ci sei. Diario di una nonna in attesa (2019) con le illustrazioni di Maria Vittoria Sesta.

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Francesca Lulli

Francesca Lulli, antropologa, si occupa da anni di forme di economia alternativa e popolare, dinamiche associative femminili e forme di trasmissione educativa tradizionale. Su questi temi ha lavorato in Africa occidentale e in Italia. Collabora come consulente con diverse ONG e insegna in diversi master e corsi di specializzazione. Ha pubblicato Microfinanza, economia popolare e associazionismo in Africa Occidentale. Uno sguardo al femminile (Editori Riuniti 2008) e, con VandA, ha contribuito nel volume di Genevieve Vaughan, Le radici materne dell’economia del dono (2017).

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Monica Santoro

Monica Santoro insegna Sociologia della Famiglia e Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Milano. Si occupa di condizione giovanile e trasformazioni familiari. Su quest’ultimo argomento ha pubblicato Le libere unioni in Italia (2012), Conoscere la famiglia e i suoi cambiamenti (2013), Pochi figli, tante pance. Le nuove rappresentazioni della maternità nella società senza figli (2023).

Con VandA ha pubblicato Donne che lavorano di più e guadagnano meno (2023) in collaborazione con Cinzia Meraviglia.

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Cinzia Meraviglia

Cinzia Meraviglia insegna Disuguaglianza, Stratificazione e Mobilità Sociale e Reasearch Methodology presso l’Università degli Studi di Milano. Si occupa di analisi dei dati, disuguaglianze di genere e struttura occupazionale; su quest’ultimo argomento ha curato il volume La scala mobile. La stratificazione occupazionale italiana, 1985-2005 (2013). Ha inoltre pubblicato Le reti neurali nella ricerca sociale (Franco Angeli 2001) e Metodologia delle scienze sociali. Un’introduzione (Carocci 2004).

Con VandA ha pubblicato Donne che lavorano di più e guadagnano di meno (2023) in collaborazione con Monica Santoro.

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Elizabeth Siddal

Elizabeth Siddal (1829-1862), pittrice e poeta, figura leggendaria del movimento preraffaellita, ammirata da Oscar Wilde, è conosciuta dai più per essere stata modella, musa, amante e poi moglie di Dante Gabriel Rossetti. La sua storia tragica, cristallizzatasi nella formula della donna bellissima morta per amore, ha ispirato numerose opere narrative, radiofoniche e televisive, tra cui la serie tv della BBC sui preraffaelliti, Desperate Romantics.

VandA ha pubblicato il suo libro Un anno e un giorno. Poesie e lettere (2024) a cura di Stefania Arcara.

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Lori Gruen

Lori Gruen è William Griffin Professor di Filosofia presso la Wesleyan University, USA, dove è anche docente di Studi Femministi, di Genere e Sessualità, e coordina il programma Wesleyan Animal Studies. Il suo lavoro si colloca all’intersezione tra teoria e pratica etica, con un’attenzione particolare alle questioni che riguardano coloro che spesso vengono trascurati nelle indagini etiche tradizionali.

VandA ha pubblicato il suo saggio Ecofemminismo. Intersezioni femministe con gli altri animali e la Terra (2025) in collaborazione con Carol J. Adams.

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Barbie Latza Nadeau

Barbie Latza Nadeau è una giornalista e scrittrice americana che vive a Roma dal 1996. Ha lavorato come capo dell’ufficio di Roma per Newsweek Magazine e attualmente ricopre lo stesso ruolo per The Daily Beast. È anche una collaboratrice televisiva per CNN e scrive per Scientific American. Il primo libro di Barbie, Angel Face, che tratta dell’omicidio di Meredith Kercher e dei processi penali di Amanda Knox, è stato adattato per il cinema nel 2011. Roadmap to Hell: Sex, Drugs and Guns on the Mafia Coast, pubblicato nel Regno Unito nel 2019, racconta i tragici viaggi delle donne nigeriane trafficate per il mercato del sesso in Italia.

Con VandA pubblica Le Madrine: omicidi, vendette e donne della mafia (2025).

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Graziella Bonansea

Graziella Bonansea abita a Torino. È una studiosa di Storia delle Donne e ha tenuto seminari e corsi presso l’Università di Torino e l’Università del Piemonte Orientale. Oltre ai saggi, è autrice di romanzi. Sul suo itinerario di storica e scrittrice è stata pubblicata una biografia sull’Atlante delle scrittrici piemontesi dell’Ottocento e del Novecento, a cura di Giovanna Cannì ed Elisa Merlo e promosso dal Centro Studi Documentazione del Pensiero Femminile di Torino.

Con VandA ha pubblicato Tu che non parli (2025).