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EX LIBRIS su “Tu che non parli”

Il silenzio non è una creatura solitaria: Tu che non parli, di Graziella Bonansea

Negli anni Novanta, in una città imprecisata del nord Italia, si intrecciano le storie di tre donne segnate dalla perdita. Sullo sfondo, una Sarajevo in fiamme domina lo scenario geopolitico, intrecciando la perdita individuale con quella collettiva.

Non siamo più negli anni Novanta e il silenzio non ci attraversa più così tanto. O forse sì?

Ci sono momenti nella vita in cui non ci resta altro che ricorrere alla quiete, perché abbandonarsi al rumore non fa che aggiungere un altro strato di sofferenza. Vale anche la pena chiedersi cosa, tra ciò che interrompe il silenzio, ci aiuti a guarire e cosa invece ci aiuti a nasconderci. La musica sembra appartenere al primo gruppo, i ricordi dolorosi al secondo. Il silenzio non è una creatura solitaria. Assomiglia piuttosto a un mostro dalle molte teste: in una può abitare il sollievo, nelle altre può scoppiare la guerra.

Rosita, Rachele e Bianca portano dentro di sé una guerra alimentata dal trauma e dall’abbandono. Tutte e tre hanno perso qualcosa, tutte e tre sono state abbandonate. Tutte e tre subiscono le conseguenze o compiono scelte legate al peso del silenzio: Rosita, legata al cambiamento della sua voce e a un sonno improvviso che non riesce a evitare; Rachele, attratta dal mondo dei morti, di coloro che tacciono per sempre; Bianca, sospesa tra un convento di clausura e uno stato di torpore profondo. Il non detto è il quarto protagonista.

Questa storia è la stanza buia con le finestre chiuse per non far entrare l’aria calda in una giornata di caldo insopportabile. Come i soffocanti pomeriggi di agosto, la narrazione non ci affretta (non possiamo affrettarci: il corpo pesa) e non si presenta con una trama tradizionale. I frammenti ci fluttuano sopra come provenienti da un sogno febbricitante, come scelti dalla memoria frammentaria del trauma. Si passa e si ritorna, si rivisita, si cerca di cogliere una sfumatura nuova la volta successiva. Le protagoniste, Bianca soprattutto, cercano di mettere fine a un ciclo doloroso che le ferisce, ma non trovano il modo di attraversarlo.

Tu che non parli, di Graziella Bonansea, non è un romanzo per tutti: il ritmo è lento, la trama esige presenza e a tratti soffoca come un’estate in miniatura. Il silenzio non è mai uno spazio vuoto: è ambivalente, è rifugio e luogo di guarigione, ma è anche il dolore di non sapere come portare fuori la guerra interiore. L’unico modo per andare avanti è attraversare lo spessore del silenzio e della memoria, e fare i conti con le conseguenze della loro mescolanza.

Agustina Colaprete