Le artiste che la storia dell’arte non aveva previsto di Paola Martino
La storia dell’arte ha un problema di memoria. Ricorda benissimo i nomi degli uomini, molto meno quelli delle donne che, nello stesso tempo, hanno dipinto, scolpito, fotografato, scritto, performato, provocato e spesso combattuto per conquistarsi il diritto elementare di essere considerate artiste. Artiste ribelli. L’imprevisto della storia di Alessandra Redaelli nasce esattamente dentro questa crepa: non per costruire un nuovo pantheon al femminile, ma per andare a cercare, lungo i secoli, quelle figure che il racconto ufficiale ha lasciato ai margini, relegato nelle note a piè di pagina o semplicemente dimenticato.
Il titolo contiene già la chiave di lettura, “l’imprevisto” è la donna che entra in un sistema pensato dagli uomini e ne mette in discussione regole, gerarchie, linguaggi e perfino categorie. Redaelli parte dal Medioevo, dalle miniaturiste che lavoravano all’ombra dei chiostri, e arriva alla contemporaneità attraversando pittrici, scultrici, fotografe, performer e artiste concettuali. Non sceglie però una rigida successione cronologica: le 143 protagoniste vengono accostate per affinità, temperamento, battaglie e ossessioni. Ne nasce una sorta di atlante irregolare della creatività femminile, costruito più per connessioni che per genealogie lineari.
La scelta è efficace perché impedisce al libro di trasformarsi nell’ennesima enciclopedia delle “grandi artiste”. Redaelli non vuole dimostrare che esiste una storia dell’arte femminile parallela a quella maschile: vuole mostrare quanto sia artificiale, e quanto sia costata, la separazione. Il problema, infatti, non è che le donne abbiano prodotto un’arte diversa perché donne. Il problema è che per secoli non hanno avuto accesso alle stesse scuole, alle botteghe, agli studi, ai luoghi di confronto e alle reti professionali concesse ai loro colleghi uomini.
Da questo punto di vista, il libro dialoga apertamente con una domanda diventata ormai imprescindibile per la storia dell’arte contemporanea: perché le grandi artiste sono state così poche, o meglio, perché ne abbiamo riconosciute così poche? Redaelli riprende la provocazione di Linda Nochlin e non la aggira. Al contrario, la usa come detonatore per mettere sotto esame non il talento femminile, ma il sistema che per secoli lo ha selezionato, limitato e spesso cancellato.
È qui che Artiste ribelli diventa più interessante di una semplice galleria di biografie. Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, Plautilla Nelli, Hilma af Klint, Meret Oppenheim, Louise Bourgeois, Marina Abramović, Cindy Sherman, Barbara Kruger, Chiara Fumai e molte altre non vengono presentate come figurine eroiche di una battaglia già vinta. Le loro vicende raccontano piuttosto quanto sia stato accidentato il rapporto tra creatività, identità, corpo, potere, desiderio e riconoscimento.
Redaelli ha inoltre il merito di non nascondere la propria posizione dietro una pretesa neutralità accademica. La sua scrittura è veloce, ironica, colloquiale, spesso volutamente provocatoria. Le artiste vengono sottratte alla distanza reverenziale della manualistica e restituite alla loro dimensione umana: donne ambiziose, eccentriche, innamorate, arrabbiate, fragili, ostinate, talvolta contraddittorie. È una scelta narrativa che rende il libro accessibile anche a chi non possiede una formazione specialistica e che permette alla storia dell’arte di uscire dall’aula universitaria per diventare racconto.
Proprio questa libertà costituisce però anche il punto su cui il libro può dividere. La forte presenza dell’autrice, il ricorso frequente all’aneddoto e alcune interpretazioni molto personali privilegiano la forza del racconto rispetto alla sistematicità dell’analisi storico-critica. Non è un difetto in senso assoluto: è il patto narrativo che Redaelli propone al lettore. Ma significa anche che Artiste ribelli va letto per ciò che sceglie di essere: non una storia definitiva dell’arte delle donne, bensì una mappa appassionata, necessariamente parziale, che invita a continuare la ricerca. La stessa autrice riconosce apertamente l’incompletezza dell’operazione: 143 artiste sono soltanto una frazione di un territorio ancora largamente da esplorare.
Il passaggio più importante, allora, non riguarda soltanto le artiste recuperate. Riguarda lo sguardo di chi legge. Perché dopo aver attraversato queste pagine diventa più difficile considerare casuale l’assenza delle donne dai manuali, dalle collezioni, dai musei e dal mercato. Redaelli parte da uno squilibrio ancora evidente nella rappresentazione delle artiste e arriva a una domanda più ampia: chi decide cosa merita di essere ricordato?
La risposta non è soltanto nelle opere. È negli archivi, nei musei, nelle accademie, nei mercati, nella critica e nei racconti che si sono sedimentati nel tempo. La storia dell’arte non è mai stata soltanto una successione di capolavori: è anche una macchina di selezione della memoria.
Artiste ribelli prova dunque a intervenire proprio lì, dentro quella macchina. Non pretende di chiudere il discorso, ma di riaprirlo. E forse il valore del libro sta soprattutto in questo: trasformare la riscoperta delle artiste da esercizio di riparazione storica in una domanda sul presente. Perché recuperare una donna cancellata dalla storia significa inevitabilmente interrogarsi su chi, oggi, rischia ancora di essere cancellato.
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