#branidaleggere, Autostima di Gloria Steinem

Ecco un estratto dall’ultimo libro di Gloria Steinem Autostima in uscita il 4 Ottobre.

In questo brano l’autrice racconta di un aneddoto avvenuto al Plaza Hotel, che le ha provocato domande sulla propria autostima.

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Era sul finire degli anni Sessanta, un’epoca che per me era
ancora pre-femminista. Non mettevo in discussione il fatto
che giornalisti meno esperti di me ottenessero le inchieste politiche
che mi interessavano tanto. Al contrario, ero contenta
di scrivere profili di celebrità in visita – qualcosa di diverso dai
servizi su argomenti relativi alla moda e alla famiglia che di
solito venivano assegnati alle reporter – e non faceva eccezione
un’intervista che avrebbe dovuto avere luogo davanti a una
tazza di tè nel giardino delle palme del Plaza Hotel.
Poiché l’attore che dovevo intervistare tardava parecchio,
restai ad aspettare fino a quando il vicedirettore dell’hotel, che
per tutto il tempo mi era rimasto alle calcagna con aria di disapprovazione,
si avvicinò. Alle «signore non accompagnate»,
annunciò ad alta voce, «era assolutamente vietato» l’ingresso
nella sala d’aspetto. Gli dissi che ero una giornalista e che stavo
aspettando un ospite che non poteva essere contattato in
altro modo – una spiegazione che parve penosa anche a me. Il
vicedirettore mi accompagnò con fermezza alla porta, sotto gli
sguardi incuriositi dei presenti.

Mi sentivo umiliata. Sembravo forse una prostituta? Il mio
impermeabile era troppo malconcio – o non lo era abbastanza?
Ero in ansia. Come avrei fatto a ritracciare l’attore e a fare
l’intervista? Decisi di aspettare fuori dalla porta girevole nella
speranza di intravederlo attraverso i vetri, ma dopo un’ora lui
non si era ancora fatto vivo.

Più tardi venni a sapere che si era presentato all’appuntamento
e, non avendomi vista, se ne era andato via. Il suo
agente chiamò il mio caporedattore lamentandosi perché avevo
«dato buca» al suo cliente. L’attore perse la sua pubblicità,
il giornale il suo articolo e io un assegno che mi serviva per
pagare l’affitto. Mi rimproveravo anche per non essere riuscita
a escogitare qualcosa per «avere il pezzo» e temevo di essere
retrocessa per sempre nel ghetto degli articoli «rosa» a cui cercavo
di sfuggire.

Il caso volle che, circa un mese più tardi, ricevessi l’incarico
di intervistare un’altra celebrità che stava sempre al Plaza. Per
evitare un fiasco simile al precedente, mi ero accordata per incontrare
l’intervistato direttamente nella sua suite, ma mentre
attraversavo l’atrio mi accorsi della mia nemesi appostata di
guardia. Non so come, mi ritrovai a indugiare come se avessi i
piedi inchiodati a terra – e ovviamente il vicedirettore mi si
avvicinò pronunciando lo stesso discorsetto ufficiale della volta
precedente. Ma questa volta restai io stessa sbalordita nel sentirmi
replicare in modo molto diverso. Gli dissi che mi trovavo
in un luogo pubblico, dove avevo tutto il diritto di stare, e
gli chiesi come mai non avesse allontanato i tanti «uomini non
accompagnati» nell’atrio, che avrebbero potuto essere altrettanti
prostituti. Sottolineai pure che, essendo ben nota la sollecitudine
con cui lo staff dell’hotel procurava ragazze ai clienti
prendendosi una percentuale sul loro compenso, forse era soltanto
preoccupato di perdere la sua provvigione.

Rimase sbigottito – e mi permise di restare. Chiamai la
persona che dovevo intervistare, proponendogli di prendere
un tè giù al bar. L’intervista si rivelò particolarmente interessante
e ricordo di averla scritta con più agio del solito e di
averla consegnata con uno strano senso di benessere.
Qual era la lezione da trarre da quei due piccoli incidenti?
Chiaramente, né il vicedirettore né io eravamo cambiati. Io
indossavo lo stesso impermeabile e lavoravo come freelance
per la stessa testata. Solo una cosa era cambiata: la mia autostima.
Era lievitata quasi contro la mia volontà, per contagio.
Nell’arco di tempo compreso tra quelle due interviste, una
donna medico aveva prenotato un tavolo per sé e per un gruppo
di amiche all’Oak Room del Plaza, un ristorante che a ora
di pranzo veniva riservato agli uomini con il pretesto che il vociare
delle donne avrebbe potuto disturbare le riunioni d’affari
maschili. Quando questa donna, come aveva supposto, venne
bloccata all’ingresso dell’Oak Room perché era il «dottore» del
genere sbagliato, il suo gruppo di commensali, formato da note
femministe, si trasformò in un batter d’occhio in un picchetto
militante davanti al locale e tenne una conferenza
stampa convocata in anticipo, in previsione di quanto sarebbe
accaduto.

Ora, anch’io ero stata invitata a unirmi a quella protesta –
e avevo rifiutato. A New York, come nella maggior parte delle
città, esistevano molti ristoranti e bar che vietavano l’ingresso
alle donne, o si rifiutavano di servire le «signore non accompagnate
» (cioè qualsiasi donna o gruppo di donne privo della
presenza magica di un uomo). Certamente la cosa mi indignava,
ma denunciarla all’Oak Room, un ristorante troppo costoso
per la maggior parte delle persone, uomini o donne, mi
sembrava un errore. L’unico rimedio poteva essere un’ordinanza
comunale che bandisse qualsiasi forma di discriminazione
nei locali pubblici, e per ottenerla sarebbe stata necessaria
una mobilitazione democratica. Inoltre, le femministe venivano
già rappresentate in maniera distorta dai media come
bianche, borghesi e frivole, una caricatura che già allora sapevo
essere ingiusta: le prime femministe di cui avevo sentito parlare
negli anni Sessanta erano donne di estrazione operaia che
avevano infranto la barriera del sesso alla catena di montaggio,
e le prime che avevo incontrato di persona erano donne nere
inserite nei programmi di assistenza sociale che paragonavano
quel sistema a un marito ciclopico che, in cambio di un sussi28
dio appena sufficiente per sopravvivere, pretendeva fedeltà sessuale
(la famosa regola del «nessun uomo in casa»). Temevo
che se gruppi come quelli non avessero ottenuto visibilità
pubblica – e l’avessero ottenuta invece le donne benestanti che
pranzavano al Plaza – l’immagine del nuovo movimento sarebbe
stata ancora più distorta.

Come si è poi dimostrato, avevo ragione sulla tattica e sul
tipo di immagine che i media proponevano del femminismo:
«bianca-di-classe-media» divenne una sorta di etichetta incorporata
nella macchina da scrivere di molti giornalisti (per
quanto i sondaggi mostrassero che le donne nere erano due
volte più inclini delle bianche a sostenere i cambiamenti proposti
dalle femministe).1 Mi sbagliavo completamente, invece,
sulla risposta delle donne – compresa la mia. Per esempio:
all’epoca di quella manifestazione al Plaza, avevo già fatto picchetti
per i diritti civili, contro il coinvolgimento degli Stati
Uniti in Vietnam, e in solidarietà ai lavoratori agricoli immigrati,
manifestazioni molto lontane dall’essere tatticamente
ineccepibili. Dunque, perché ora pretendevo la perfezione dalle
donne? Quando i ristoranti e i bar erano stati vietati ai neri
o agli ebrei mi sentivo a mio agio a protestare, indipendentemente
dal fatto che si trattasse di locali lussuosi o meno. Allora
perché non riuscivo a prendere altrettanto sul serio la metà
di genere umano a cui io stessa appartenevo (e che, dopo tutto,
includeva la metà di tutti i neri e la metà di tutti gli ebrei)?
La verità è che avevo interiorizzato la ridicola valutazione
sociale di tutto ciò che è femminile – inclusa me stessa. Questa
non era logica, ma bassa autostima. Una donna nera avrebbe
dovuto manifestare per il diritto di mangiare in qualsiasi tavola
calda del Sud, dove veniva discriminata su base razziale, e
lasciar perdere quando, a causa del sesso, si rifiutavano di servirla
in un lussuoso ristorante di New York? Ovviamente no.
Il principio – e, ciò che più importa, il risultato per una donna
reale – era lo stesso. Ma io ero stata educata all’idea che i giudizi
basati soltanto sul sesso fossero meno importanti di quelli
basati soltanto sulla razza, sulla classe o su qualsiasi altra cosa.
Di fatto, considerando tutti i gruppi al mondo a eccezione
delle donne bianche, davo più valore a chiunque che a me
stessa.

Ciò nonostante, tutti i pretesti che mi venivano in mente
non avevano impedito al mio inconscio di lasciarsi catturare
dallo spirito contagioso delle donne che avevano organizzato il
picchetto all’Oak Room. Quando incontrai nuovamente il vicedirettore
dell’hotel ero in grado di percepire il mondo come
se le donne contassero. Guardandolo attraverso i loro occhi,
avevo cominciato a vederlo con i miei.

Ci avrei messo ancora degli anni prima di rendermi conto
della portata del cambiamento del mio punto di vista. Molto
più tardi ne riconobbi l’importanza in Revolution, il saggio del
giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, che descrive il momento
in cui un uomo ai margini di una folla restituisce uno
sguardo di sfida a un poliziotto – e il poliziotto avverte un improvviso
rifiuto del suo sguardo intimidatorio – come l’istante
impercettibile in cui nasce la ribellione. «Tutti i libri sulle rivoluzioni
iniziano con un capitolo che descrive la decadenza di
un’autorità vacillante o la miseria e le sofferenze del popolo»,
scrive Kapuscinski. «Dovrebbero iniziare invece con un capitolo
psicologico che mostri in che modo un uomo vessato e terrorizzato
improvvisamente superi il terrore e metta fine alla
propria paura». Questo straordinario processo – che talvolta
avviene in un istante, come uno shock – necessita di essere il30
lustrato. Un uomo si sbarazza della paura e si sente libero. Se
così non fosse, non ci sarebbe alcuna rivoluzione».

Anche nel mio caso, quel momento nell’atrio dell’hotel
Plaza segnò l’incipiente consapevolezza che in ciascuno di noi
esiste un sé più sano, che aspetta soltanto un incoraggiamento.
L’esperienza di una forza insospettata è talmente comune che
disponiamo di frasi ordinarie per descriverla: «ero stupita di
me stessa», «malgrado me stessa». Ne Il rosso e il nero Stendhal
ha chiamato questo sé interiore «un piccolo amico». Ne Il colore
viola di Alice Walker, Celie scrive lettere a un amico forte
chiamato Dio, ma si rivolge anche alla forza che alberga dentro
di lei. I bambini inventano amici immaginari, e gli atleti, i
musicisti e i pittori lottano affinché questo sé autentico e
spontaneo si sprigioni nel loro lavoro. Meditazione, preghiera,
creatività: sono tutti mezzi comunemente adoperati per liberare
la voce interiore. Quando il sé viene riconosciuto, valutato,
scoperto, stimato, la sensazione è quella di uno «scatto», come
se letteralmente ci collegassimo a una fonte di energia interiore
che è soltanto nostra, eppure ci connette a qualsiasi altra cosa.
Per dirla in altri termini: iniziai a comprendere che l’autostima
non è tutto; è soltanto qualcosa senza di cui non esiste
nient’altro. ❞

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