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Presentazione – Lo scandalo della felicità

Cinquant’anni per uscire dal convento: alla Casa delle donne il libro sulla storia vera di Vandina, monacata da bambina

Articolo originariamente comparso su La Repubblica

Lunedì 17 aprile, alle ore 18, alla Casa delle donne in via della Lungara, la presentazione de Il segreto della felicità, l’ultimo libro di Pina Gandolfo. L’autrice dialogherà con Francesca Comencini, Maria Rosa Cutrufelli, Laura Delli Colli

Alla Casa delle donne di Roma, si parla de Lo scandalo della felicità. È l’ultimo libro pubblicato da Pina Mandolfo, giornalista, scrittrice, regista che nel volume edito da VandA edizioni racconta la storia vera, ambienta nella Palermo del 1600, di Anna Vandina, la donna che fu monacata da bambina e trascorse quasi 50 anni della sua vita nel tentativo di ottenere un processo per sciogliersi (liberarsi) dal voto reliogioso. Alla fine Vandina ce la farà.

Ma la storia degli anni trascorsi nel chiuso di un convento si intreccia con i fatti più rilevanti della Palermo di epoca spagnola. Un racconto carico di tensione. 

“Di tutta la passione verso un personaggio femminile – dice Mandolfo, già autrice nel 1996 di Desiderio per Baldini&Castoldi – non comune, di cui ho voluto narrare la grandezza, descrivendone l’esemplarità di donna assoggettata ma non soggetta”.

Alla presentazione del libro, in programma lunedì 17 aprile alle 18 alla Casa delle donne di Roma, in via della Lungara, l’autrice dialogherà con Francesca ComenciniMaria Rosa CutrufelliLaura Delli ColliPatrizia D’Antona leggerà dei brani del libro. Coordina l’incontro Maria Palazzesi.

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Recensione – Lo scandalo della felicità

Articolo di Ivana Margarese, originariamente comparso su Marel – voci dall’isola

“A volte una donna, dimenticata e taciuta, si “appella” a un’altra donna per prendere corpo e uscire dall’oblio. È un richiamo misterioso che, negli ultimi decenni, storiche, letterate, artiste hanno imparato a riconoscere e decifrare. Siamo una schiera che porta alla luce un incommensurabile patrimonio di vite celate per costruire, finalmente, una genealogia femminile: solo allora un millennio diverrà un giorno. Un giorno in cui altri e altre conosceranno le “sconosciute” nascoste negli scarti della storia”.
Pina Mandolfo racconta la storia di una donna coraggiosa, la principessa Anna Valdina, che nel 1600 a Palermo fu monacata a forza quasi bambina e trascorse cinquant’anni della sua vita nel tentativo di ottenere un processo per lo scioglimento dei voti, fino a riuscirci. La storia privata si intreccia con eventi e personaggi della Palermo spagnola, contrapponendo la logica del desiderio e della scelta del singolo agli intrecci di potere del tempo in un romanzo dal ritmo musicale e appassionato che permette al lettore di entrare dentro “una stanza tutta per sé”.


Lo scandalo della felicità
 è un titolo molto bello che ben rende la vicenda che racconti in questo romanzo, ovvero quella della principessa Anna Valdina, costretta a farsi monaca appena adolescente, contro la sua volontà. Come nasce l’esigenza di raccontare questa storia? Cosa ti ha condotto a Anna Valdina?

Camminando per le vie di Palermo mi sono imbattuta per caso in una mostra dell’Archivio di Stato  che metteva in mostra alcune pergamene usate per le professioni di voto. La stessa mostra pubblicizzava il carteggio di un processo per lo scioglimento dei voti richiesto da una donna, Anna Valdina, di illustri natali monacata a forza nel 1600. Essendo il mio progetto di vita quello di portare alla luce donne taciute dalla storia non potevo che raccogliere, quasi come un dovere, i dettagli di questa vicenda che mi incuriosì molto a tal punto che trascorsi dei mesi dentro l’archivio per decifrare e poi finalmente riuscire a leggere le testimonianze del processo.

“Scrivendo di Anna Valdina, immaginando la sua vita, sentivo la mia intrecciarsi alla sua, in quel prodigioso corpo a corpo che si stabilisce tra chi scrive e le sue creature. Il suo tempo è diventato il mio e quello di tante donne che, ieri come oggi, lottano per mettersi al mondo libere”. La protagonista, come te, è siciliana e ha vissuto in un secolo di sfarzi, inganni e ipocrisie ostile alla sua voglia di chiarezza e di espressione senza infingimenti. Ritengo che l’habitus siciliano si riveli spesso piuttosto teatrale o legato allo sguardo, al silenzioso movimento del guardare ed essere guardati più che all’azione palese e manifesta. Vorrei una tua considerazione.

Personalmente non credo che il “principio” di vanità sia peculiare della tradizione siciliana. La nobiltà delle corti europee ruotava intorno all’apparire. Dietro il quale nascondere intrighi, silenzi, trame. Forse oggi quel costume è superato ma la spavalda abitudine della maldicenza, del turpiloquio usati e abusati senza filtri non sono da meno. Restringendo il campo alla nostra terra direi che la teatralità del gesto e della parola forse è un costume antico ma anche dell’oggi. Lo vedo soprattutto nel parlare palermitano talvolta esagerato e triviale, tal’altra gradevole e così coinvolgente da stupire e del tutto peculiare la cui singolarità è difficile da imitare.

Tra i ringraziamenti c’è anche quello a Maria Nadotti, donna impegnata da sempre nella riflessione sulla condizione femminile. Qual è il rapporto che vi unisce?

Maria è una vecchia e cara amica. Ci siamo incontrate casualmente nel corso di un convegno della Società Italiana delle Storiche a Siena circa ventotto anni fa. Da allora la nostra amicizia è cresciuta condividendo eventi letterari, festival cinematografici e momenti di vita comune. La complicità fatta di ammirazione reciproca di condivisione di idee e progetti ha nutrito la nostra relazione.

“Angoscia, per mettere in scacco la morte e trascinare la vita, qui, sul luogo in cui una donna possa avanzarsi attraverso l’angoscia, sentirsi ascoltata da donne, nel luogo che non rigetta, sentirsi letta, accompagnata, nel luogo che fa corpo con il tuo corpo, al di là della Legge e della sua scena della castrazione, nello spazio già aperto dal movimento delle donne, quel gesto, quel pensiero che soli possono dare al testo poetico la sua portata politica”. All’inizio del romanzo riporti queste straordinarie parole di Hélène Cixous. E via via nel testo in apertura delle varie parti troviamo in epigrafe Adrienne Rich, Anna Maria Ortese, Virginia Woolf e altre che intrecciano la loro voce a quella di Anna e alla tua creando così una disseminazione di voci femminili che raccontano la storia di una difficile conquista della libertà per le donne. Non a caso in conclusione c’è un riferimento a Olympe de Gouges, morta per la sua rivendicazione di libertà.

Portare alla luce il soggetto femminile precipitato nelle scorie della storia o creare un legame con altre donne dell’oggi il cui vissuto è fonte di stima, di sana emulazione è la strada per la creazione di un corpo collettivo forte che potrebbe incidere nella crescita e nella messa al mondo della libertà delle donne. E’ la necessità di creare quella genealogia femminile imprevista dai canoni disciplinari. Impedita da una sudditanza creata dall’impianto potente della disparità di genere. Le donne citate nel mio libro oltre alle protagoniste sono le tante a cui dobbiamo appellarci e alle quali io mi appello insieme a tante altre più o meno note per colmare la distanza tra noi e la cultura che ci è stata data. Nutrimento simbolico per il nostro sesso. Anna in convento fa esperienza dell’invidia e del livore delle altre monache ma anche del sentimento di amicizia e solidarietà tra donne in maniera non dissimile a ciò che ciascuna di noi ha sperimentato nel corso della sua vita. Che ruolo ha l’amicizia nel sostenere le nostre idee?

Ritengo che le invidie e le gelosie tra donne siano un veleno letale che indebolisce il nostro sesso e ci toglie la capacità e la forza per un cambiamento radicale. Come già detto solo la solidarietà, l’ammirazione, la complicità è la strada per prendere in mano il mondo e donare pace e bellezza.

Che ruolo ha l’attesa in questo romanzo?

 “L’attesa” era il titolo che in un primo momento avevo scelto per il mio libro. L’attesa della protagonista durata oltre cinquant’anni mi è sembrata qualcosa di straordinario. Giorni, mesi, anni incredibilmente lunghi con un unico progetto la libertà. Un canto di libertà che difficilmenteNun essere umano riesce a portare avanti. Immaginare Anna Valdina nutrirsi di questo sentimento senza mai lasciarsi prendere dal desiderio di cedere è così vicino a qualcosa che è mio. La lotta che dagli anni ’70 ad oggi con tante altre donne mettiamo in atto contro la misoginia imperante, più o meno manifesta, che affligge il nostro mondo e che ci affligge. Ma dire “Lo scandalo della felicità” poi mi è sembrato poi più significativo perché lottare per la nostra libertà quando c’è qualcuno che ti impedisce fa scandalo esige gesti e parole scandalose. Così che l’attesa si fa scandalosa per la singolarità di gesti e parole che la nutrono.

Infine vorrei chiederti un parere sui cambiamenti che osservi in termini di diritto per le donne e su cosa ti auguri per il futuro.

    -Purtroppo la risposta è semplice e non certo positiva. Abbiamo raggiunto obiettivi impensabili anni fa. Ma l’equivoco dell’emancipazione ci rende ancora soggette e discriminate. Nel nostro privato sentiamo di aver raggiunto una autodeterminazione che troppo spesso non corrisponde al nostro stare al mondo. E se in molti paesi le donne sono ancora assoggettate, non credo che nel mondo occidentale si viva la prossimità di ruoli di vera parità pur nella nostra irriducibile differenza. Quella parità che ci consenta di essere guida del mondo. Un mondo che il patriarcato e il soggetto maschile, diciamolo pure, ci consegna giorno dopo giorno, sempre più alla deriva. Colpevole di discriminazioni, violenze, stupri, femminicidi, per non parlare di guerre e azioni rovinose per il pianeta. Lotteremo ancora, così come recitava uno slogan del femminismo glorioso degli anni ’70 “La lotta non è finita”. Quella lotta che ha regalato esito felice alla mia protagonista la assumo come simbolica per un esito simile per noi donne tutte che nell’oggi cerchiamo la strada scandalosa della vera democrazia: la felicità.

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Recensione – Lo scandalo della felicità

Articolo di Floriana Coppola, originariamente comparso su Re[a]daction Magazine

Nel romanzo Lo scandalo della felicità, storia della principessa Valdina di Palermo, edito da Vanda Edizioni,  Pina Mandolfo narra con uno stile fluido e scorrevole le drammatiche vicende di una ragazzina della nobiltà palermitana che, nel seicento, fu costretta forzatamente a diventare monaca e a rimanere per cinquant’anni reclusa in un monastero. Trascorse una vita intera nel tentativo di ottenere un processo per lo scioglimento dei voti, fino a riuscirci pochi anni prima di morire.

Pina Mandolfo, regista e scrittrice palermitana, socia fondatrice della Società Italiana delle Letterate, dice “ A volte una donna dimenticata e taciuta, si “appella” a un’altra donna per prendere corpo e uscire dall’oblio. E’ un richiamo misterioso che, negli ultimi decenni storiche, letterate, artiste hanno imparato a riconoscere e decifrare. Siamo una schiera che porta alla luce un incommensurabile patrimonio di vite celate per costruire finalmente una genealogia femminile: solo allora un millennio diverrà un giorno. Un giorno in cui altri e altre conosceranno le “sconosciute” nascoste negli scarti della storia. Nell’Archivio privato gentilizio Papè di Valdina, Pina Mandolfo ha studiato con paziente tenacia il lungo epistolario che ha portato Anna Valdina allo scioglimento dei voti. Il romanzo racconta questa battaglia interminabile di questa giovane donna costretta dal padre tiranno e anaffettivo, per motivi economici ed ereditari, ad accettare un destino di abuso e di maltrattamento psicologico.

La bambina è costretta a rinunciare alla vita e ai suoi desideri, ai suoi talenti per diventare prigioniera in convento, senza aver mai dichiarato  nessuna vocazione religiosa. La storia della protagonista e della sua vita di clausura si intreccia con i fatti più rilevanti e con i personaggi della Palermo spagnola, in un racconto affascinante e struggente, carico di tensione. Un personaggio femminile coraggioso e indimenticabile che emerge in tutta la sua diversità. Mai compiacente, sicura di volere assolutamente porre fine a quella ingiustizia vissuta dalla famiglia come un destino ineluttabile, Anna Valdina scrisse realmente lettere appassionate e sincere, cercando ogni genere di alleanze per uscire dal convento, in cui era stata rinchiusa contro la sua volontà. Lettere che vengono in parte inserite nel romanzo.

Altre “personagge” emergono dalla narrazione, disegnando un’umanità femminile piegata dal potere religioso e politico, serva del potere economico, oppure perversamente dominata dalle logiche classiste e sessiste esistenti in quell’epoca. Sicuramente l’atteggiamento ribelle e provocatorio della protagonista venne tollerato, essendo una ricca nobildonna, la cui ricca famiglia foraggiava lautamente il monastero che imprigionava la principessa. Il padre e il fratello di Anna sono la rappresentazione del potere patriarcale sulle donne, trattate come schiave, persone considerate inferiori subordinate all’interesse economico della dinastia e per questo private di ogni libertà e del loro patrimonio anche legittimo.

Nel Seicento, per molto meno, le donne popolane rischiavano la morte, la tortura e il rogo. Pina Mandolfo riesce attraverso questo racconto drammatico a focalizzare l’attenzione sugli abusi e i maltrattamenti sulle donne novizie dalle donne consacrate e dai preti dell’istituzione cattolica, questione drammatica che sta diventando oggetto di studio e di denuncia da parte dell’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne, associazione voluta fortemente dalla teologa Paola Cavallari. Infatti oltre la monacazione forzata, costume orrendo esistente in quel secolo, esiste un’ incresciosa dimensione di violenza e di sopraffazione  maschile. Le suore ancora oggi si chiudono nel silenzio per non denunciare gli abusi subiti, i casi di pedofilia attraversati, gli stupri e le gravidanze indesiderate. Silenzio dovuto anche agli effetti post-traumatici di tanta violenza e al senso di colpa che rende le suore psicologicamente travagliate da una percezione abnorme di complicità involontaria.

La dipendenza psicologica che si evince determina silenzio, vergogna e imbarazzo nel percorso di denuncia di tanta violenza.  Da qualche anno si sta affrontando la ricerca che studia e testimonia la violenza e i maltrattamenti fisici e psicologici che subiscono le donne nei conventi da parte dei preti. Nel romanzo di Mandolfo, l’atteggiamento aggressivo e giudicante interessa anche le donne che hanno gradi superiori e si accaniscono contro le giovani novizie.

Nella storia di Anna Valdina, il patriarcato religioso viene sostenuto sia dai sacerdoti che dalle badesse in questa narrazione. Il codice di genere presente nel racconto indica una cornice temporale politica e di classe ma apre uno squarcio nell’educazione ecclesiastica basata sulla manipolazione psicologica della gerarchia religiosa cattolica. Il monastero diventa una cittadella chiusa, una prigione reale dove la piramide gerarchica maschilista e misogina si duplica in un contesto verticistico e violento.  La forza delle donne consacrate, quando la vocazione è autentica,  testimonia la loro fede nella verità, fruttifica relazioni mature di sostegno e di reciprocità, vivendo in pieno la loro responsabilità nel servizio missionario, mentre la logica del potere che sta emergendo da tante denunce oggi fa capire che esiste ancora una misoginia e una sperequazione di genere che umilia e mortifica le donne nella chiesa, non dando loro la possibilità di emergere in quanto persone autonome e libere di scegliere. In questo contesto di abusi che parte da lontano, si evince la vulnerabilità femminile ancora presente negli spazi chiusi dei monasteri e dei conventi. Vulnerabilità psicologiche che le rendono ingenuamente dipendenti affettivamente dalle figure maschili dirigenti, che le accompagnano nella loro vita spirituale.

Alda Valdina non ha paura della gerarchia, riesce coraggiosamente a reggere dialetticamente il contrasto con le suore superiori per grado e con le altre persone di potere che incontra nella sua vita. In questo però è erede della sua classe, perché da aristocratica è consapevole della sua cultura, della sua collocazione sociale nel mondo. Nel romanzo è chiara la sudditanza sociale economica e culturale delle giovani donne, provenienti da classi marginali, contadine e operaie.   Ma questo coraggio è sicuramente non condiviso dalla maggioranza delle donne costrette nell’istituzione religiosa a subire il potere maschile. Causa di questa subordinazione può essere dovuto soprattutto dall’accompagnamento spirituale duale, che piega e manipola profondamente l’animo delle giovani e non le rende idonee a una conversazione paritaria e dialettica. Il romanzo di Pina Landolfo rende illuminante il principio che ci deve guidare ogni giorno nella nostra vita, ciò che è per ogni donna assolutamente irrinunciabile : la libertà, essere libera di scegliere.

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“Lo scandalo della felicità”, storia della Principessa Valdina di Palermo

Articolo di Margherita Francalanza, originariamente apparso qui.

L’ultimo romanzo di Pina Mandolfo, scrittrice e sceneggiatrice, intellettuale da anni impegnata nella difesa e promozione dei diritti internazionali delle donne e nel riscatto culturale della Sicilia, narra la storia vera e straordinaria di una donna, Anna Valdina, principessa palermitana che, nel 1600 a Palermo, fu monacata a forza quasi bambina.

La protagonista trascorse cinquant’anni della sua vita nel tentativo di ottenere un processo per lo scioglimento dei voti, fino a riuscirci. Con implacabile geometria narrativa, Pina Mandolfo racconta la volontà e le ragioni di Anna Valdina, un’autentica e coraggiosa combattente, vissuta in un’epoca in cui il potere patriarcale comprimeva ogni anelito di libertà femminile. La storia di Anna e della sua vita in convento si intreccia con i fatti più rilevanti e con i personaggi della Palermo spagnola, in un racconto affascinante e struggente, carico di tensione.

La Valdina è certamente una donna di cui difficilmente ci si dimentica, la sua sola voce risuona forte da un lontano passato , attraversa i secoli e giunge alla contemporaneità. Provoca nel lettore una naturale complicità partecipativa, di indignazione e insieme desiderio di battersi al suo fianco, camminare scandalosamente .passo dopo passo, verso il diritto alla felicità degno di ogni essere umano.

“Il mio racconto , scrive l’autrice, è carico di tutta la passione verso un personaggio femminile non comune di cui ho voluto narrare la grandezza, descrivendone l’esemplarità di donna assoggettata ma non soggetta.”

Il racconto trae spunto da alcuni documenti d’Archivio ritrovati casualmente da Pina Mandolfo, poche trame elaborate tra ricerca storica, eventi del tempo e molta invenzione narrativa. Ma forse il “ caso “ è la miglior guida nel far emergere dal silenzio storie di donne dimenticate o volutamente occultate dalla Storia ufficiale per ulteriormente mortificarne la grandezza.

Numerosi personaggi ruotano attorno alle continue e singolari azioni di Anna Valdina, irriducibile nella volontà di chiedere un processo per lo scioglimento dei voti monacali. La storia della protagonista e la sua strana vita in convento si intrecciano con i più importanti fatti e personaggi della Palermo spagnola secentesca, le cui tracce, da quel tempo particolare, sono giunte fino a noi in un emozionante “continuum narrativo “.

Tra tanti personaggi, ad esempio, emerge Eleonora di Mora, l’unica donna, taciuta dalla storia, che divenne viceré a Palermo per ventinove giorni e rivoluzionò la città, ma “ taciuta dalla storia ufficiale “ e tutta da esplorare.

“Lo scandalo della felicità, storia della principessa Valdina di Palermo” potrebbe rientrare nella categoria del romanzo storico, le tracce d’archivio, la ricerca degli accadimenti e della società del tempo sembrano ricondurci a tale definizione. Eppure il libro , nella sua originalità , ci appare libero da “recinti” temporali e di genere. L’autrice crea un ponte ben visibile tra passato e presente, trascina il lettore dentro la storia che , trascinato nel tempo e nello spazio di Anna Valdina , è costretto a farsene carico , a portarla con se’ , finalmente alla luce del sole, fuori dalle stanze buie conventuali ,a farla finalmente vivere libera e ri/conosciuta.

La prosa di Pina Mandolfo è agile e insieme ricercata l’ impianto narrativo ritmato e intenso, un romanzo degno della migliore tradizione narrativa italiana e insieme una scoperta dell’immensa ricchezza nascosta della nostra Isola ,metafora del viaggio esistenziale delle donne (e dell’umanità tutta) nell’incessante ricerca della “ felicità” come diritto e dovere , promotrici di “ scandalo” e di scomode vite , pronte ad essere distrutte , per divenire Seme generativo di libertà.

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Una donna in tribunale per fuggire dal convento

Articolo di Antonella Scandone (Repubblica.it) originariamente apparso qui.

Io non ci morirò in questo luogo“.Fu questo il ripetuto grido di dolore che per oltre quaranta lunghi anni accompagnò la vita di una nobile palermitana del Seicento, la sua discesa in un inferno rappresentato da una vita che non voleva e contro la quale lottò, a dispetto degli uomini e delle loro ottuse convinzioni. Questa è la storia di una donna, nata principessa Anna Valdina, vissuta come suor Maddalena e morta come principessa Anna Valdina. Finalmente donna libera dopo una vita da suora. La sua vicenda, sconosciuta ai più, è venuta fuori da tre polverosi faldoni che raccolgono le carte di un processo lungo tre anni. Processo che le consentì il ritorno alla vita secolare, dopo che, entrata in convento a sette anni per ricevere un’ educazione consona ad una donna del suo ceto, fu costretta a prendere i voti a soli dodici anni. Cinquanta anni da sepolta viva nel Monastero delle Stimmate, a Porta Maqueda, successivamente distrutto per far spazio alla costruzione del Teatro Massimo. Ne uscirà, la suora-principessa, grazie ad un’ incredibile forza d’ animo che non l’ abbandonò mai, a 57 anni. Morì, dopo essere tornata in possesso dei suoi averi e del suo titolo, cinque anni dopo. A fare rivivere la dolorosa vicenda di Anna dei principi Valdina è stata giovedì scorso al Kalhesa la professoressa Pina Mandolfo, tra le fondatrici della “Società italiana delle letterate” che si occupa della scoperta e della diffusione del sapere e della cultura delle donne, delle loro vite spesso nascoste. La Mandolfo ha tenuto una conferenza sulla Valdina, nell’ ambito del ciclo di incontri organizzato dal Fai. «Mi sono imbattuta nella storia di Anna Valdina – racconta Pina Mandolfo, autrice del libro “Desiderio” – mentre effettuavo una ricerca all’ Archivio di Stato sui ruoli femminili dal dodicesimo al diciannovesimo secolo. Erano gli atti del suo processo per lo scioglimento dei voti, e mi sono sembrati una scoperta interessante per lo spaccato che offrivano sulla realtà politica e sociale della Palermo del Seicento. Non vorrei sembrare estremista, ma mi sembra che nulla, o quasi, sia cambiato da allora. Questa è ancora una terra piena di intrighi, privilegi, dove qualsiasi iniziativa culturale è boicottata al fine di rendere tutto immutabile. Dove vige solo una cultura del privilegio, dell’ apparire e del non essere». Una cultura, insomma, intrisa ancora di quella mentalità che portò la famiglia a rinchiudere Anna e le sue tre sorelle in un convento per preservare i beni della famiglia ad un unico erede. La sua storia si differisce, però, da quella di tante altre sfortunate che prima e dopo di lei subirono lo stesso destino, perché Anna non si rassegnò mai, gridò per tutta la vita, contro chi le impediva una vita normale. «Fu solo dopo la morte del fratello – prosegue la Mandolfo – che dopo aver causato tanto dolore a lei ed alle sorelle, morì senza lasciare eredi, che Anna riuscì a farsi aiutare da un potente zio, protonotaro del Regno, al quale promise di lasciare in eredità tutti i suoi beni, se solo fosse riuscita a tornarne in possesso, sciogliendosi dai voti. Quei beni che, il fratello, morendo, aveva lasciato ad un prelato con il quale, per tutta la vita, aveva intessuto una relazione dai contorni non chiari, e che fu uno dei più strenui oppositori alla libertà di Anna». Dopo la morte del padre e del fratello, figure fortemente temute, molti accettarono di testimoniare e di raccontare come i suoi voti non avessero nulla a che vedere con la vocazione ma fossero solamente il frutto di una barbara usanza. Testimonianze che, alla fine, le consentirono di vincere il processo. «Alla morte di Anna, ultima erede della sua famiglia – racconta ancora la Mandolfo – i beni passarono, così come da lei promesso, alla famiglia dello zio. Il palazzo Papè Valdina in via del Protonotaro, di fronte alla biblioteca, appartiene ancora oggi alla famiglia ma versa in uno stato di totale degrado e mi auguro che si possa intervenire per restituirlo agli antichi splendori, così come è avvenuto per un’ altra proprietà della famiglia, il castello di Rocca Valdina, che è stato restaurato ed aperto al pubblico. Trovo particolarmente impressionante in questa vicenda, che tra le numerose carte esistenti, tra tutte le testimonianze, non compaiono mai donne. Neppure la madre della stessa Anna. Nessuna voce femminile che si alzi a difesa della sua libertà, a riprova che il presunto matriarcato di cui tanto si parla, funge solo da portavoce di una cultura maschile». Dalla ricerca della professoressa sono venute fuori anche altre storie simili, altri destini che si sono incrociati con quelli di Anna. Come quello della siciliana Francesca Lucchesi Palli, contemporanea della prima, o come quella di due sorelle ragusane, della famiglia Grimaldi, che nell’ Ottocento riuscirono ad uscire dal convento, a sposarsi e poi a donare tutti i loro averi per la costruzione di scuole femminili. Con la convinzione che solo la conoscenza potesse liberare le donne da un destino senza speranza. Ed esistono anche delle testimonianze autobiografiche, come quella di Arcangela Tarabotti, anche lei vissuta nel Seicento e del suo manoscritto, conservato per decenni in un archivio privato e recentemente ritrovato e pubblicato con l’ esplicito titolo di “Inferno monacale”, o come “Misteri del Chiostro napoletano”, nel quale Enrichetta Caracciolo, napoletana vissuta nell’ Ottocento, narra la sua vicenda di reclusione e di libertà riconquistata con una resistenza ed una lotta ostinata che più volte la portò a dichiarare: “Fossi uomo!”. Sulla figura di Anna Valdina, Pina Mandolfo prossimamente pubblicherà un libro. Una storia che, partendo dai documenti esistenti, si trasformerà in romanzo, per restituire ad Anna i desideri e i sogni che le furono sottratti.
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Pina Mandolfo

Pina Mandolfo è scrittrice, giornalista, regista, sceneggiatrice e operatrice culturale. Ha pubblicato diversi romanzi, fra i quali, Desiderio (Baldini&Castaldi, 1996), tradotto in Germania e Svizzera. Regista cinematografica, è autrice di numerosi film, documentari e sceneggiature, fra le quali, “Viola di mare”, vincitore del NICE Festival di New York e Mosca (2009).

Con VandA Edizioni ha pubblicato Lo scandalo della felicità. La storia della principessa Valdina di Palermo.