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“Autostima” di Gloria Steinem, in uscita il 4 ottobre, sull’Espresso.it

Il 26 settembre, sull’Espresso.it, è uscito un’interessante intervista a Gloria Steinem, firmata da Francesca Sironi.  

Potete leggerla qui sotto:

 

 

 

Preordina ora una copia di Autostima. La rivoluzione parte da te di Gloria Steinem in uscita il 4 ottobre!

 

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#branidaleggere, Autostima di Gloria Steinem

Ecco un estratto dall’ultimo libro di Gloria Steinem Autostima in uscita il 4 Ottobre.

In questo brano l’autrice racconta di un aneddoto avvenuto al Plaza Hotel, che le ha provocato domande sulla propria autostima.

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Era sul finire degli anni Sessanta, un’epoca che per me era
ancora pre-femminista. Non mettevo in discussione il fatto
che giornalisti meno esperti di me ottenessero le inchieste politiche
che mi interessavano tanto. Al contrario, ero contenta
di scrivere profili di celebrità in visita – qualcosa di diverso dai
servizi su argomenti relativi alla moda e alla famiglia che di
solito venivano assegnati alle reporter – e non faceva eccezione
un’intervista che avrebbe dovuto avere luogo davanti a una
tazza di tè nel giardino delle palme del Plaza Hotel.
Poiché l’attore che dovevo intervistare tardava parecchio,
restai ad aspettare fino a quando il vicedirettore dell’hotel, che
per tutto il tempo mi era rimasto alle calcagna con aria di disapprovazione,
si avvicinò. Alle «signore non accompagnate»,
annunciò ad alta voce, «era assolutamente vietato» l’ingresso
nella sala d’aspetto. Gli dissi che ero una giornalista e che stavo
aspettando un ospite che non poteva essere contattato in
altro modo – una spiegazione che parve penosa anche a me. Il
vicedirettore mi accompagnò con fermezza alla porta, sotto gli
sguardi incuriositi dei presenti.

Mi sentivo umiliata. Sembravo forse una prostituta? Il mio
impermeabile era troppo malconcio – o non lo era abbastanza?
Ero in ansia. Come avrei fatto a ritracciare l’attore e a fare
l’intervista? Decisi di aspettare fuori dalla porta girevole nella
speranza di intravederlo attraverso i vetri, ma dopo un’ora lui
non si era ancora fatto vivo.

Più tardi venni a sapere che si era presentato all’appuntamento
e, non avendomi vista, se ne era andato via. Il suo
agente chiamò il mio caporedattore lamentandosi perché avevo
«dato buca» al suo cliente. L’attore perse la sua pubblicità,
il giornale il suo articolo e io un assegno che mi serviva per
pagare l’affitto. Mi rimproveravo anche per non essere riuscita
a escogitare qualcosa per «avere il pezzo» e temevo di essere
retrocessa per sempre nel ghetto degli articoli «rosa» a cui cercavo
di sfuggire.

Il caso volle che, circa un mese più tardi, ricevessi l’incarico
di intervistare un’altra celebrità che stava sempre al Plaza. Per
evitare un fiasco simile al precedente, mi ero accordata per incontrare
l’intervistato direttamente nella sua suite, ma mentre
attraversavo l’atrio mi accorsi della mia nemesi appostata di
guardia. Non so come, mi ritrovai a indugiare come se avessi i
piedi inchiodati a terra – e ovviamente il vicedirettore mi si
avvicinò pronunciando lo stesso discorsetto ufficiale della volta
precedente. Ma questa volta restai io stessa sbalordita nel sentirmi
replicare in modo molto diverso. Gli dissi che mi trovavo
in un luogo pubblico, dove avevo tutto il diritto di stare, e
gli chiesi come mai non avesse allontanato i tanti «uomini non
accompagnati» nell’atrio, che avrebbero potuto essere altrettanti
prostituti. Sottolineai pure che, essendo ben nota la sollecitudine
con cui lo staff dell’hotel procurava ragazze ai clienti
prendendosi una percentuale sul loro compenso, forse era soltanto
preoccupato di perdere la sua provvigione.

Rimase sbigottito – e mi permise di restare. Chiamai la
persona che dovevo intervistare, proponendogli di prendere
un tè giù al bar. L’intervista si rivelò particolarmente interessante
e ricordo di averla scritta con più agio del solito e di
averla consegnata con uno strano senso di benessere.
Qual era la lezione da trarre da quei due piccoli incidenti?
Chiaramente, né il vicedirettore né io eravamo cambiati. Io
indossavo lo stesso impermeabile e lavoravo come freelance
per la stessa testata. Solo una cosa era cambiata: la mia autostima.
Era lievitata quasi contro la mia volontà, per contagio.
Nell’arco di tempo compreso tra quelle due interviste, una
donna medico aveva prenotato un tavolo per sé e per un gruppo
di amiche all’Oak Room del Plaza, un ristorante che a ora
di pranzo veniva riservato agli uomini con il pretesto che il vociare
delle donne avrebbe potuto disturbare le riunioni d’affari
maschili. Quando questa donna, come aveva supposto, venne
bloccata all’ingresso dell’Oak Room perché era il «dottore» del
genere sbagliato, il suo gruppo di commensali, formato da note
femministe, si trasformò in un batter d’occhio in un picchetto
militante davanti al locale e tenne una conferenza
stampa convocata in anticipo, in previsione di quanto sarebbe
accaduto.

Ora, anch’io ero stata invitata a unirmi a quella protesta –
e avevo rifiutato. A New York, come nella maggior parte delle
città, esistevano molti ristoranti e bar che vietavano l’ingresso
alle donne, o si rifiutavano di servire le «signore non accompagnate
» (cioè qualsiasi donna o gruppo di donne privo della
presenza magica di un uomo). Certamente la cosa mi indignava,
ma denunciarla all’Oak Room, un ristorante troppo costoso
per la maggior parte delle persone, uomini o donne, mi
sembrava un errore. L’unico rimedio poteva essere un’ordinanza
comunale che bandisse qualsiasi forma di discriminazione
nei locali pubblici, e per ottenerla sarebbe stata necessaria
una mobilitazione democratica. Inoltre, le femministe venivano
già rappresentate in maniera distorta dai media come
bianche, borghesi e frivole, una caricatura che già allora sapevo
essere ingiusta: le prime femministe di cui avevo sentito parlare
negli anni Sessanta erano donne di estrazione operaia che
avevano infranto la barriera del sesso alla catena di montaggio,
e le prime che avevo incontrato di persona erano donne nere
inserite nei programmi di assistenza sociale che paragonavano
quel sistema a un marito ciclopico che, in cambio di un sussi28
dio appena sufficiente per sopravvivere, pretendeva fedeltà sessuale
(la famosa regola del «nessun uomo in casa»). Temevo
che se gruppi come quelli non avessero ottenuto visibilità
pubblica – e l’avessero ottenuta invece le donne benestanti che
pranzavano al Plaza – l’immagine del nuovo movimento sarebbe
stata ancora più distorta.

Come si è poi dimostrato, avevo ragione sulla tattica e sul
tipo di immagine che i media proponevano del femminismo:
«bianca-di-classe-media» divenne una sorta di etichetta incorporata
nella macchina da scrivere di molti giornalisti (per
quanto i sondaggi mostrassero che le donne nere erano due
volte più inclini delle bianche a sostenere i cambiamenti proposti
dalle femministe).1 Mi sbagliavo completamente, invece,
sulla risposta delle donne – compresa la mia. Per esempio:
all’epoca di quella manifestazione al Plaza, avevo già fatto picchetti
per i diritti civili, contro il coinvolgimento degli Stati
Uniti in Vietnam, e in solidarietà ai lavoratori agricoli immigrati,
manifestazioni molto lontane dall’essere tatticamente
ineccepibili. Dunque, perché ora pretendevo la perfezione dalle
donne? Quando i ristoranti e i bar erano stati vietati ai neri
o agli ebrei mi sentivo a mio agio a protestare, indipendentemente
dal fatto che si trattasse di locali lussuosi o meno. Allora
perché non riuscivo a prendere altrettanto sul serio la metà
di genere umano a cui io stessa appartenevo (e che, dopo tutto,
includeva la metà di tutti i neri e la metà di tutti gli ebrei)?
La verità è che avevo interiorizzato la ridicola valutazione
sociale di tutto ciò che è femminile – inclusa me stessa. Questa
non era logica, ma bassa autostima. Una donna nera avrebbe
dovuto manifestare per il diritto di mangiare in qualsiasi tavola
calda del Sud, dove veniva discriminata su base razziale, e
lasciar perdere quando, a causa del sesso, si rifiutavano di servirla
in un lussuoso ristorante di New York? Ovviamente no.
Il principio – e, ciò che più importa, il risultato per una donna
reale – era lo stesso. Ma io ero stata educata all’idea che i giudizi
basati soltanto sul sesso fossero meno importanti di quelli
basati soltanto sulla razza, sulla classe o su qualsiasi altra cosa.
Di fatto, considerando tutti i gruppi al mondo a eccezione
delle donne bianche, davo più valore a chiunque che a me
stessa.

Ciò nonostante, tutti i pretesti che mi venivano in mente
non avevano impedito al mio inconscio di lasciarsi catturare
dallo spirito contagioso delle donne che avevano organizzato il
picchetto all’Oak Room. Quando incontrai nuovamente il vicedirettore
dell’hotel ero in grado di percepire il mondo come
se le donne contassero. Guardandolo attraverso i loro occhi,
avevo cominciato a vederlo con i miei.

Ci avrei messo ancora degli anni prima di rendermi conto
della portata del cambiamento del mio punto di vista. Molto
più tardi ne riconobbi l’importanza in Revolution, il saggio del
giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, che descrive il momento
in cui un uomo ai margini di una folla restituisce uno
sguardo di sfida a un poliziotto – e il poliziotto avverte un improvviso
rifiuto del suo sguardo intimidatorio – come l’istante
impercettibile in cui nasce la ribellione. «Tutti i libri sulle rivoluzioni
iniziano con un capitolo che descrive la decadenza di
un’autorità vacillante o la miseria e le sofferenze del popolo»,
scrive Kapuscinski. «Dovrebbero iniziare invece con un capitolo
psicologico che mostri in che modo un uomo vessato e terrorizzato
improvvisamente superi il terrore e metta fine alla
propria paura». Questo straordinario processo – che talvolta
avviene in un istante, come uno shock – necessita di essere il30
lustrato. Un uomo si sbarazza della paura e si sente libero. Se
così non fosse, non ci sarebbe alcuna rivoluzione».

Anche nel mio caso, quel momento nell’atrio dell’hotel
Plaza segnò l’incipiente consapevolezza che in ciascuno di noi
esiste un sé più sano, che aspetta soltanto un incoraggiamento.
L’esperienza di una forza insospettata è talmente comune che
disponiamo di frasi ordinarie per descriverla: «ero stupita di
me stessa», «malgrado me stessa». Ne Il rosso e il nero Stendhal
ha chiamato questo sé interiore «un piccolo amico». Ne Il colore
viola di Alice Walker, Celie scrive lettere a un amico forte
chiamato Dio, ma si rivolge anche alla forza che alberga dentro
di lei. I bambini inventano amici immaginari, e gli atleti, i
musicisti e i pittori lottano affinché questo sé autentico e
spontaneo si sprigioni nel loro lavoro. Meditazione, preghiera,
creatività: sono tutti mezzi comunemente adoperati per liberare
la voce interiore. Quando il sé viene riconosciuto, valutato,
scoperto, stimato, la sensazione è quella di uno «scatto», come
se letteralmente ci collegassimo a una fonte di energia interiore
che è soltanto nostra, eppure ci connette a qualsiasi altra cosa.
Per dirla in altri termini: iniziai a comprendere che l’autostima
non è tutto; è soltanto qualcosa senza di cui non esiste
nient’altro. ❞

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“Autostima” di Gloria Steinem, in uscita il 4 ottobre – Il Corriere della Sera

Il 25 settembre, sul Corriere.it, è uscita un’interessante intervista a Gloria Steinem, firmata da Viviana Mazza.  

Potete leggerla qui sotto:

 

 

 

 

 

 

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Presentazione “Racconti Italiani” di François Koltès all’Institut Français, Napoli

Martedì 5 Ottobre alle ore 18.00, presso l’Institut Français, Napoli in collaborazione con la libreria Tàmù, sarà presentato il libro Racconti Italiani di François Koltès.

Interverranno l’autore François Koltès e il console di Francia a Napoli Laurent Burin des Roziers, accompagnati dalle letture di Domenico Ingenito e Luciano Dell’Aglio.

Per partecipare all’incontro è necessario prenotarsi all’indirizzo napoli@institutfrancais.it

«Non c’è nulla di arrogante nel guardare in faccia le persone che ci vengono incontro. Anzi, questo è il minimo che si possa fare, l’inizio di ogni rapporto umano, l’origine del contatto sociale.» François Koltès, Racconti Italiani

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Presentazione “Racconti Italiani” di François Koltès alla libreria Stendhal, Roma

Lunedì 4 Ottobre alle ore 19.00, presso la libreria Stendhal di Roma, sarà presentato il libro Racconti Italiani di François Koltès.

Interverranno l’autore François Koltès e Marina Valensise, accompagnati dalle letture di Ivan Graziano e Nicasio Catanese.

«Non c’è nulla di arrogante nel guardare in faccia le persone che ci vengono incontro. Anzi, questo è il minimo che si possa fare, l’inizio di ogni rapporto umano, l’origine del contatto sociale.» François Koltès, Racconti Italiani

 

 

 

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“Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo” Articolo di Monica Lanfranco su Micromega.net

Monica Lanfranco, autrice di Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo, racconta i retroscena di come e perché ha scritto il suo libro: le è “stato regalato”.

❝ Voi siete in gabbia noi siamo il mondo è un libro che mi è stato regalato: l’eccezionale e tremenda situazione nella quale il Covid-19 ha gettato il pianeta ha rischiato di farmi dimenticare la ricorrenza dei 20 anni dal G8, con cui avrei magari fatto i conti, chissà, a ridosso dell’evento, senza però che questo muovesse molto dentro di me.

Il testo ha preso forma in meno di tre mesi, animato dalla certezza che senza di lui il ventennale avrebbe visto, certamente, molta saggistica sul G8, (sulla violenza poliziesca  e istituzionale e su quella dei gruppi di black bloc, sull’esperienza politica del Genova Social Forum), come infatti è accaduto, ma nessuno avrebbe raccontato la presenza e l’iniziativa femminista, quel PuntoG tanto profetico sull’impatto della globalizzazione non solo sull’economia, sul clima, sulla migrazione, ma soprattutto sulle relazioni umane, sulle vite quotidiane delle donne e degli uomini di ogni latitudine, cultura e condizione.❞

 

Per leggere l’intero articolo clicca qui!

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Matte da scrivere, quarta edizione

Ritorna il corso di lettura e scrittura creativa Matte da Scrivere di Chiara Aurora Giunta in collaborazione con VandA Edizioni.

Il corso si svolgerà presso la libreria Pescebanana, via Umberto I, 199, Catania.

Le regole della lettura e della scrittura per scoprire il mondo segreto degli scrittori. Parleremo insieme dei percorsi della creatività, dei misteri dell’ispirazione, della nascita dei personaggi, della rilevanza delle descrizioni di ambienti, della funzione dei dialoghi e del modo più consono di articolarli, della tessitura delle trame e di altro ancora. Il corso è rivolto a coloro i quali amano leggere o desiderano cimentarsi nell’arte della scrittura creativa. Dialogheremo del mondo nascosto dietro storie avvincenti e della loro relazione con il mondo reale e le esperienze personali, di modo che la lettura diventi un’esperienza più vasta e coinvolgente. Il percorso aiuterà i lettori a vedere oltre la pagina stampata e gli aspiranti scrittori a esprimere la propria creatività.

Come ogni anno, alla fine del corso i lavori prodotti e ritenuti validi saranno pubblicati dalla casa editrice VandA, promotrice dei corsi.

Ecco i due libri pubblicati nelle ultime due edizioni: Certe Storie 2019Certe Storie 2020.

Vi aspetto ansiosa di condividere con voi le mie esperienze di autrice.

Chiara Aurora Giunta

CALENDARIO 2021/2022

CORSO BASE (euro 300, IVA inclusa)

12-13 Ottobre, h. 17-19

12-13 Gennaio, h. 17-19

23-24 Marzo, h. 17-19

CORSO AVANZATO (euro 300, IVA inclusa)

8-11 Ottobre, h. 17-19

10-11 Gennaio, h.17 –19

21-22 Marzo, h. 17-19

Per maggiori informazioni:

mattedascrivere@vandaepublishing.com

 

 

 

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#branidaleggere “Il Caso del Cane Marrone”, Peter Mason

Ecco un estratto dal libro “Il Caso del Cane Marrone” di Peter Mason, un fatto di cronaca avvenuto nella Londra dei primi del Novecento. In questo estratto conosciamo due studentesse attiviste che iniziano ad indagare sulla crudeltà afflitta agli animali vivisezionati vivi nelle scuole di medicina di Londra.

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Lind-af-Hageby e Schartau si conoscevano fin dall’infanzia,
vissuta nel confortevole e privilegiato mondo dell’alta
società scandinava. Lind-af-Hageby, figlia più giovane di
un ex giudice, dopo una prima istruzione a Stoccolma aveva
studiato per un periodo al Cheltenham Ladies College in
Inghilterra, mentre Schartau era figlia di un capitano dell’esercito
svedese.

Sebbene si fossero incontrate molte volte, fu solo all’età
di circa vent’anni che strinsero un forte legame di amicizia
dopo un casuale incontro all’Opera House di Stoccolma,
quando scoprirono il comune interesse per la scienza, le
giuste cause e il desiderio condiviso, ma ancora indefinito,
di migliorare il mondo.

Nel 1900 decisero di mettersi entrambe in viaggio per
Parigi, il cui momento clou sarebbe stato una visita all’Istituto
Pasteur, rinomato centro di ricerca medica. Erano andate
per ammirare i progressi della scienza moderna, ma
nessuna delle due si aspettava la non regolamentarità dei
laboratori francesi, dove si tollerava quasi ogni genere di
esperimento animale, anche il più brutale e privo di fondamento
scientifico. Quel che videro all’Istituto Pasteur le
inorridì.

A distanza di circa venticinque anni Lind-af-Hageby dichiarò:
«Trovammo gabbie su gabbie, grandi stanzoni con
centinaia di animali ai quali erano state inoculate malattie.
La nostra guida, un giovanotto a modo e gentile, talvolta
apriva una gabbia, raccoglieva il corpo senza vita di un coniglio
o di un porcellino d’india e lo lanciava in un secchio
sotto il tavolo. Quando gli domandai esterrefatta se ogni
animale al quale era stata inoculata la malattia fosse stato
studiato con attenzione, egli replicò che era periodo di ferie
e che molti ricercatori non erano a lavoro».

Lind-af-Hageby rimase particolarmente scossa nel vedere
la difficoltà di un cane che tentava di raggiungerla con le
zampe attraverso le sbarre della gabbia. «Quello sguardo
sofferente e la sua richiesta di aiuto mi toccarono il cuore.
Da allora il destino degli animali vivisezionati è stata la mia
costante preoccupazione» disse. Anche Schartau ne fu turbata,
e fu così che le due giovani amiche, ormai convinte
oltre ogni dubbio dell’immoralità e della non scientificità
della vivisezione, trovarono la missione della loro vita.
Al rientro in Svezia, lo stesso anno, iniziarono a prendere
confidenza con la lotta alla sperimentazione animale. Nel
dicembre del 1900 fondarono insieme la Anti-Vivisection
Society of Sweden, di cui divennero segretarie onorarie nell’aprile
del 1901.

Determinate a combattere la vivisezione sul suo stesso
campo, accelerarono gli studi di fisiologia e nel giro di un
anno decisero di trasferirsi a Londra per ampliare le loro
conoscenze. Poco più che ventenni, nell’autunno del 1902
si iscrissero alla London School of Medicine for Women
(adesso Royal Free Hospital), dove non venivano condotti
esperimenti sugli animali. La scuola consentiva tuttavia alle
studenti di assistere a dimostrazioni in altre università della
capitale, ed entrambe le donne colsero appieno questa opportunità.
Frequentarono circa cento lezioni e dimostrazioni in vari
laboratori, cinquanta delle quali coinvolgevano esperimenti
su animali vivi e venti potevano essere classificate come vere
e proprie vivisezioni. Per tutto il tempo mantennero un
profilo basso, pur rivelando la loro identità e le loro vedute
scientifiche quando esplicitamente richieste, e presero molti
appunti su ciò a cui avevano assistito.

Vari mesi dopo Lind-af-Hageby e Schartau decisero di
aver visto abbastanza, e fu con disgusto che nell’aprile 1903
abbandonarono gli studi. Non è chiaro se la decisione fosse
stata programmata fin dall’inizio, Lind-af-Hageby dichiarò
che entrambe avevano però sempre avuto come obiettivo
quello di concludere gli studi: «All’inizio non avevamo in24
tenzione di rendere pubbliche le nostre esperienze in questo
modo, speravamo solo di poter fare meglio il nostro lavoro.
L’idea di lavorare a un esame finale e conseguire una laurea,
nostro obiettivo iniziale, è stata abbandonata in quanto la
fisiologia è al momento inscindibile dagli esperimenti sugli
animali, e nessuno che si opponga a questi potrà mai avere
opportunità di conseguire la laurea».

Di sicuro le due donne sembravano perfettamente in
grado di completare gli studi se solo avessero voluto. Un
loro futuro nemico ammise che «entrambe erano considerate
dal professore di fisiologia studentesse avanzate e intelligenti».

Tuttavia dovevano essere state al corrente che il corso
avrebbe previsto la vivisezione, e questo sembra essere
stato proprio il motivo per cui si iscrissero. È più probabile
che avessero considerato il corso un’opportunità per raccogliere
informazioni, come suggeriscono le loro azioni successive.
Si erano iscritte alla London School of Medicine
come studentesse “parziali”, in un percorso più economico
istituito per chi non intendeva completare gli studi necessari
per conseguire il titolo di medico.
Il 14 aprile 1903, quasi appena abbandonati gli studi,
Lind-af-Hageby e Schartau mostrarono il manoscritto dei
loro diari a Stephen Coleridge, avvocato di ottima famiglia
da sempre impegnato nella causa antivivisezione e segretario
onorario della National Anti-Vivisection Society (NAVS).
Lessero alcuni passi dei diari che avevano in programma di
pubblicare e gli riportarono le proprie esperienze nelle diverse
università di medicina di Londra. Coleridge fu colpito
dalle rivelazioni nel capitolo intitolato “Divertimento”, in
cui le donne dichiaravano di aver assistito ad angoscianti
esperimenti animali di gran lunga inutili, condotti in un’atmosfera
generale di spensieratezza nei teatri di fisiologia
della University of London’s University College, uno dei
centri all’avanguardia nella vivisezione.
Nello specifico, fornirono dettagli di una dimostrazione
in particolare, alla presenza di circa 70 studenti, nel tardo
pomeriggio del 2 febbraio 1903, in cui un cane marrone,
con una visibile ferita (presumibilmente esito di un esperimento
precedente), veniva sezionato al collo per illustrare la
sua ghiandola salivaria. Il cane, che a detta delle spettatrici
svedesi sembrava non essere propriamente anestetizzato, si
contorceva nel dolore durante la dimostrazione finché, circa
mezz’ora dopo, veniva portato via per essere abbattuto.
Coleridge era convinto di trovare in questo racconto almeno
due possibili violazioni alla legge contro la crudeltà
verso gli animali, il Cruelty to Animal Act del 1876, che la
sua stessa società aveva contribuito a promuovere. In primo
luogo, la presenza di due ferite sembrava provare che la bestia
fosse stata oggetto di più di un esperimento, cosa illegale;
inoltre il cane sembrava non essere anestetizzato a dovere,
anche questo contrario alla legge.

Nonostante il ruolo ricoperto dalla NAVS nel promulgare
la legge, Coleridge non credeva a fondo nella sua efficacia:
chiunque volesse appellarsi a essa per denunciare un illecito
doveva farlo entro sei mesi dall’avvenuto presunto misfatto,
in conformità con il Public Authorities Act del 1898; poiché
dunque il racconto degli eventi narrato dalle due donne
si riferiva a quasi quattro mesi prima, Coleridge non avrebbe
avuto a disposizione il tempo sufficiente per raccogliere
materiale probante (se mai ne avesse trovato). Ad ogni modo,
e cosa ancora più rilevante, un’azione legale in nome del
Cruelty to Animal Act poteva essere condotta solo con
l’approvazione del segretario di Stato, un’eventualità rara
fino a quel momento.

Coleridge decise quindi di aggirare quella che gli antivivisezionisti
più radicali consideravano una legge deliberatamente
ostruttiva, spostando la questione su un piano più
ampio. Convinto di poter almeno allacciare delle pubbliche
relazioni utili, decise di portare la questione all’attenzione
nazionale riferendo le accuse delle due donne, rimaste fino
ad allora su un piano privato, in un discorso pubblico di
alto profilo.

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Recensione “Emily Dickinson. Vita d’amore e poesia” su Leggendaria

“La biografia che Rivera Garretas dedica a Dickinson smentisce l’immagine di creatura solitaria costruita attorno all’artista americana e ci racconta del profondo legame poetico, sentimentale e creativo che la unì per 36 anni alla cognata Susan Huntington”

Grazie Donatella Franchi per la recensione del nostro “Emily Dickinson. Vita d’amore e di poesia” sul numero Giugno – Luglio 2021 di “Leggendaria. Libri Letture e Linguaggi”.

 

 

 

 

 

 

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Presentazione di “Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo” presso UDI Ferrara

Mercoledì 22 settembre alle ore 17.30, presso l’UDI (Unione Donne in Italia) di Ferrara, sarà presentato il libro Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo di Monica Lanfranco.

«Il retaggio della globalizzazione – cominciammo a capire vent’anni fa, proprio grazie alle elaborazioni femministe a Punto G – era anche quello della paura, che chiude le menti e i cuori di fronte a chi arriva da altri luoghi, colpevole a prescindere, una paura che acceca e generalizza le reazioni secondo la tremenda categoria del nemico. Non una globalizzazione dei saperi, ma una globalizzazione dove le disparità, in primo luogo quella tra i sessi, trionfano e imperano.»
Monica Lanfranco, Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo

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Presentazione di “Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo” presso il Circolo Unione Arnatese Cooperativa Sociale (CUAC)


Sabato 18 settembre alle ore 21.00, presso il Circolo Unione Arnatese Cooperativa Sociale (CUAC) di Gallarate, sarà presentato il libro Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo di Monica Lanfranco.

«Quei due giorni di giugno 2001, il 15 e 16, di enorme fatica e pura felicità fecero vivere a noi che vi prendemmo parte e alla città, ancora aperta, l’illusione che l’intelligenza collettiva di donne tanto diverse per storia, età, retaggio e allo stesso tempo così in sintonia sul desiderio di trasformare il mondo potesse avere la meglio sull’ottusità della violenza.»
– Monica Lanfranco, Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo

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Presentazione di “Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo” alla Fiera L’isola Che C’è di Como

Sabato 18 settembre alle ore 17.00, presso la fiera L’isola che c’è di Como, sarà presentato il libro Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo di Monica Lanfranco.

Non mancate!!

https://www.fieralisolachece.org/
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Presentazione di “Se la felicità…” a Feminism4

Copertina Se la felicità...

Lunedì 20 settembre alle ore 18.00, in occasione della Fiera dell’Editoria delle Donne Feminism, verrà presentato il volume Se la felicità… Per una critica al capitalismo a partire dall’essere donna, di Alessandra Bocchetti, Rossana Rossanda e Christa Wolf. L’evento si terrà presso la Casa Internazionale delle Donne, Via Della Lungara 19, Roma.
Interverranno Alessandra Bocchetti, Paola Tavella e Livia Turco.

Per partecipare è gradita la prenotazione cliccando QUI.

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Presentazione di “Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo” alla Casa dei Circoli Culture e Popoli di Ceriale

Giovedì 16 settembre alle ore 18.00,presso la Casa dei Circoli Culture e Popoli di Ceriale, sarà presentato il libro Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo di Monica Lanfranco.

«Quei due giorni di giugno 2001, il 15 e 16, di enorme fatica e pura felicità fecero vivere a noi che vi prendemmo parte e alla città, ancora aperta, l’illusione che l’intelligenza collettiva di donne tanto diverse per storia, età, retaggio e allo stesso tempo così in sintonia sul desiderio di trasformare il mondo potesse avere la meglio sull’ottusità della violenza.»
– Monica Lanfranco, Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo