“Aphro-ism: Essays on Pop Culture, Feminism, and Black Veganism from Two Sisters (2017), tradotto in italiano da feminoska e edito da VandA edizioni – Afro-ismo Cultura pop, femminismo e veganismo nero (2020) – è il tentativo ben riuscito di rendere in libro l’esperienza che Aph e Syl Ko hanno sperimentato scrivendo sul loro blog aperto nel 2015 sotto il nome di Aphro-ism, tra insicurezze e bisogni.
Loro stesse ci indicano le loro intenzioni: “Dedichiamo questo libro a chi s’impegna a creare una nuova architettura concettuale per il futuro. Speriamo che sia uno dei mattoni per la sua fondazione.”
Quindi un testo che si propone di sfidare le nostre categorie concettuali, la nostra visione del mondo, attraverso lo spirito critico, al fine di creare una nuova base teorica che sostenga delle pratiche inedite di vita. Ed è proprio questo iato di possibilità quello che le sorelle Ko vogliono aprire; riappropriarsi della capacità immaginativa per scardinare le dicotomie su cui l’attuale sistema sociale si regge.
Il Veganismo Nero è il mezzo con cui intendono combattere: è sia una forma di resistenza politica, che uno strumento metodologico entro il quale inquadrare le oppressioni sistemiche prodotte e sostenute dal pensiero coloniale.
La loro analisi prende le mosse dal pensiero antirazzista, che nel suo intrecciarsi con l’antispecismo – attraverso i movimenti di liberazione nera e animale – origina una riflessione circa la comune dipendenza delle nozioni di “umanità” e di “specie”. Nella prospettiva del veganismo nero questi -ismi (antirazzismo e antispecismo insieme a tutti gli altri) sono necessariamente conciliabili.”
Su Letteratitudine è uscito il pezzo di Daniela Sessa su “A proposito di Elena” con una bella recensione e un’intervista a Giusi Norcia.
Eccone uno stralcio:
“Già chiamarla Elena di Sparta o Elena di Troia apre immensi e fecondi scenari. Ma apriamone un altro: se Elena fosse un calligramma, una bella poesia disegnata da Teocrito fino ad Apollinaire. Immaginiamo le parole di Elena intorno al ventre del cavallo di Troia pieno di greci (amici o nemici?) o le parole per Elena dette da Gorgia o inflitte dall’euripidea Ecuba: cosa diventerebbero sulla pagina? Un uovo e un punto interrogativo.
Perché Elena e il suo mistero stanno in quell’origine divina così poetica e violenta assieme. Figlia di Nemesi o di Leda, Elena è quell’uovo appeso al soffitto della reggia di Sparta il cui fato coincide con il rapimento. Ogni attributo di Elena rimanda all’enigma, al bifrontismo, alla fuggevolezza, alla parvenza. Paride la porta a Troia “fittamente velata” come scrive Christa Wolf eppure tutti ne vedono la stravolgente bellezza, luminosa e seducente. Pure il rapimento ha la sua doppia semantica: Elena rapisce e viene rapita.
Soprattutto su questo ruota l’ultimo libro di Giuseppina Norcia “A proposito di Elena” che racconta, con quell’incanto verbale che è proprio della scrittrice, la storia di Elena, il suo destino di rapita attraverso i secoli. Un personaggio aereo appare l’Elena di Norcia, metamorfico nell’attraversare il tempo degli uomini con la stessa sfingea consistenza di Orlando di Virginia Woolf. Solo che qui si gioca su una sorta di eterno femminino che rimanda al corpo della Bellezza, un corpo voluttuario e cavo su cui, nella visione di Norcia, si gioca ogni guerra. “Lei, la multiforme, la mutaforme, sa bene di essere molte cose, vittima e maestra di contemplazione, oggetto del desiderio e tessitrice visionaria chiamata a rappresentare la sua stessa storia. A rappresentare la storia del mondo”.
Norcia ricostruisce la storia della preda mitologica da una Elena zero a un’Elena 2.0 : un viaggio tra il mito e la contemporaneità intrecciando Saffo e Nabokov, Virginia Woolf e Omero, Albert Camus ed Euripide, Simone Weil e Zeusi. Scrive Norcia in uno dei passi più interessanti del libro che per il pittore ateniese ci vollero “Cinque donne per fare un’Elena”. Lo stesso può dirsi di Giuseppina Norcia che per fare la sua Elena fa i ritratti in parole di Briseide, Aspasia, Ifigenia, Kore e… Alcibiade, il giovane e camaleontico stratega innamorato di Socrate, per cui Norcia, sulla scia di Plutarco si chiede “Che donna è Alcibiade?”.
È un tessuto “A proposito di Elena”, forse lo stesso che Elena ricamava nelle stanze infide di Troia: un libro fatto di rimandi e di incursioni sul presente che consentono a Norcia di gettare sul tavolo del mito alcune domande universali: sulla guerra, sulla marginalità delle donne, sulla violenza della guerra contro il corpo delle donne, sulla distruzione della Bellezza e sulla sua incessante ricerca. Il congedo lirico con l’immagine dell’albero di Elena, il platano del bosco fuori Sparta dove si celebravano le feste Helenie fa da controcanto a un secondo congedo, quello dell’esilio di Elena di Camus: si tradisce il bosco nell’epoca delle grandi città.
È un libro prezioso “A proposito di Elena” perché ha l’aspetto di Elena stessa: Norcia dissemina il libro di domande come a ribadire il segno ortografico che Elena incarna nel suo destino di drammatica Bellezza. Perché è esso stesso proteiforme: il racconto pare spezzare (o è il contrario?) una bozza di teatro. Ci sono un prologo e un dialogo dove Norcia si sdoppia nella voce narrante perché doppia (amore e terrore, dono e malattia) è l’idea di Elena, quattro monologhi e un epilogo affidati al personaggio Elena “Simulacri, accuse inconsistenti si contendono la vostra mente: non è bellezza ciò che crea infelicità; o se lo è, è una bellezza tradita, vilipesa, capovolta.”. La voce dell’Elena di Norcia è vellutata, evocativa, soffusa, blu. O forse è la voce di Norcia stessa, della sua scrittura limpida e con il ritmo di un esametro.”
“Il pensiero antispecista vive nel nostro paese un certo fermento negli ultimi anni. Le parole d’ordine del “primo” antispecismo di matrice anglosassone (ma anche – occorre ricordarlo – bianca, maschile, cisgenere e accademica) si accompagnano a riflessioni che muovono da prospettive più ampie e, soprattutto, che dialogano serratamente con altri ambiti di lotta e di elaborazione teorica. Le prospettive foucaultiane in relazione all’ agency animale , la teoria critica seguente alla “svolta” suggerita da Derrida in relazione alla questione animale; gli intrecci con le teorie queer, esplorati interpellando sia la teoria della performatività di Judith Butler sia il versante anti-sociale del queer ), ma anche con altre “correnti” del femminismo, come l’ecofemminismo , l’opera di Carol J. Adams (da poco tradotta ) e l’etica del care. Senza contare il gran lavoro di traduzione, che spesso è sottorappresentato (forse anche perché è prevalentemente femminile), sui blog o a livello editoriale, che si è rivelato preziosissimo per far conoscere ai lettori/trici italian*, soprattutto militanti, alcune voci e alcuni momenti salienti dei dibattiti esteri (si veda il sito del collettivo Les Bitches ). In questo scenario, un ritardo certamente significativo è quello relativo alla messa a tema dell’intreccio tra questioni razziali e questione animale. Sebbene gli elementi non manchino, e sebbene una certa diffusione del metodo intersezionale abbia preparato il terreno per aprire una discussione su tale ambito, è stata fino ad oggi pressoché clamorosa la mancanza delle voci non bianche sulle teorie e le prassi antispeciste/animaliste. Inizia a colmare questo vuoto la traduzione di Aphro-ism. Essays on Pop Culture, Feminism, and Black Veganism from Two Sisters , di Aph e Syl Ko ( Afro-ismo. Cultura pop, femminismo e veganismo nero , Vanda Edizioni, traduzione di feminoska, 2020), in uscita in questi giorni.
Le autrici, due sorelle afroamericane, hanno dato alla luce un libro per certi versi atipico, costruito a partire dall’omonimo blog, articolando una serie di riflessioni in forma non lineare, non accademica, militante nello spirito e nel linguaggio, ma al tempo stesso ben radicata nelle fondamenta delle riflessioni teoriche del campo dei Critical Animal Studies . La prospettiva delle sorelle Ko è quella di chi si trova, in prima persona, a dover denunciare il biancocentrismo dell’animalismo mainstream, evidenziando gli aspetti escludenti di alcune parole d’ordine apparentemente neutrali dal punto di vista razziale (una su tutte: veganismo ), e il retaggio coloniale di molte pratiche di solidarietà interspecie. Al tempo stesso, però, si tratta di una postura che rivendica la piena considerazione dell’animalità nelle pratiche di decolonizzazione. Come sintetizza Breeze Harper nella prefazione all’edizione originale, “Afro-ismo mette in discussione la narrazione popolare secondo cui antispecismo, liberazione nera e antirazzismo siano incompatibili e causa di divisioni”. Tale prospettiva si radica nel rifiuto della favola del “post-razziale” e trova nel movimento Black Lives Matter un costante riferimento concreto, talvolta anche critico, per scardinare il mito del sapere oggettivo bianco in grado di elaborare una teoria a tutto tondo dello sfruttamento animale in cui sarebbe la buona coscienza dei privilegiati a traghettarci nell’eden vegano. Come emerge dalla pubblicistica che ruota intorno allo slogan go vegan , la liberazione dovrebbe materializzarsi come somma di atti di volontà individuale, generati da un’empatia indifferente agli assi della razza, del genere o della classe e, in definitiva, del tutto disincarnata.
In questo scenario, quella delle sorelle Ko è, sempre prendendo a prestito una fortunata espressione di Breeze Harper, “un’avventura di giustizia epistemica”. Non è solo la determinazione del soggetto nero escluso dal discorso animalista bianco a demolire il trasversalismo politico di chi, anche in Italia, afferma incessantemente che tutti “gli altri discorsi” non fanno altro che sottrarre energie alla liberazione animale; è anche la storia della razza e dell’animalità che, riscritta da un soggetto nero con gli strumenti decoloniali, mostra come sia semplicemente impossibile parlare di due elementi distinti. Le autrici illustrano infatti come razzializzazione e animalizzazione siano legate in modo molto più stretto di quanto lascino pensare gli stessi argomenti che da qualche anno iniziano a circolare in alcune nicchie antispeciste.”
Trovate l’intera recensione nell’edizione di giugno di Ghinea.
Domenica 28 giugno 2020 ricorre il cinquantesimo anniversario del primo Pride, tenutosi a New York nel 1970 per celebrare i Moti di Stonewall dell’anno precedente.
In occasione di questa ricorrenza, noi di VandA Edizioni vogliamo contribuire al sostegno della battaglia per i diritti LGBTQ+ con una lista dei nostri libri a supporto di questa causa.
“Innamorate“, di Chiara Aurora Giunta Francesca e Gaetana s’incontrano per caso e tra loro scoppia una passione travolgente. Un sentimento fuori dalle regole che coinvolge la loro vita e quella di chi le ama. Una storia moderna, uno spaccato della società che muta, la nascita di una famiglia non tradizionale. Tra menzogne e verità celate, emerge la storia segreta delle loro famiglie d’origine. In un gioco di specchi, le passioni di ieri e di domani si confrontano. Nulla e nessuno si salva, se non la speranza di un avvenire in cui i sentimenti e la tolleranza troveranno spazio.
2. “#ioquestamelasposo“, di Agata Baronello È la cronaca vera di due anni di chat. Due anni di vita di una professionista semigiovane e dei suoi goffi tentativi di trovare una compagna – la compagna. Ventiquattro mesi alla ricerca dell’“Amore”. Settecentotrenta giorni di speranze, di sesso a perdere, di mani, occhi e labbra che non si ricordano, di disastri annunciati, conquiste inattese e fallimenti straordinariamente ben riusciti.
3. “Basta che paghino“, di Alessandro Golinelli Quando questo romanzo fu pubblicato, nel 1992, suscitò scandalo. Non solo perché raccontava senza falsi pudori la prostituzione maschile, ma anche perché, per la prima e ultima volta in Italia, la descriveva dall’interno, attraverso gli occhi di un ragazzo che vende il proprio corpo. La storia di Kurt, che si offre sulle strade di Milano con estrema consapevolezza e lucidità intellettuale, dei suoi incontri con clienti e colleghi, la sua curiosità nei confronti delle culture altre, rappresentate dai giovani brasiliani e arabi con cui condivide il lavoro, la sua spietata analisi delle leggi di quel mercato, trasformato in misura di tutte le cose, impongono il libro come una potente metafora dell’etica del commercio che domina i nostri tempi, ma soprattutto come un’incalzante costruzione narrativa, come il corrosivo ritratto di un mondo non tanto marginale quanto si potrebbe supporre. Ambientato in un quotidiano notturno percorso da ragazzi e uomini maturi alla disperata ricerca di un amore impossibile da vendere e da acquistare. Basta che paghino è un romanzo di formazione al disincanto del mondo, alla perdita della purezza, all’inaccettabile vittoria dell’avere sull’essere.
4. “I miei meravigliosi amanti“, di Massimo Scotti “Da giovani si scrive per cercare l’amore, da grandi per liberarsene; mi riferisco ovviamente a quel tipo di amore narcisistico che fa solo soffrire. Un tempo scrivevo per sedurre, perché i miei grandi amori trovassero struggenti le poesie che avevo composto unicamente per loro, i quali d’altra parte non le hanno mai lette (non era gente molto interessata alla lettura). Le mie amiche, più sveglie, non perdevano tempo in madrigali. Infatti hanno raggiunto i loro scopi, in genere piuttosto concreti, mentre io mi accontentavo di aspettare, riempiendo quaderni. Tutte quelle poesie sono rimaste inedite e forse è meglio così. Passate tante notti fra smanie inutili e superflue composizioni, arriva il tempo dei ripensamenti, si leggono autori come Dorothy Parker, regina del disincanto, e si scopre che su quei vecchi tormenti si può ridere un po’, cosa che non fa mai male.
5. “Maschiaccio“, di Liz Prince Maschiaccio è una graphic novel che parla del rifiuto delle costrizioni di genere, ma anche di come del genere si possano involontariamente far propri gli stereotipi, per poi rendersi conto più avanti nella vita che si può essere una femmina sia in jeans e t-shirt che in tutù rosa. Autobiografia narrata per aneddoti, Maschiaccio segue Liz dalla primissima infanzia fino all’età adulta, esplorando le sue tribolazioni e i suoi desideri – in costante evoluzione – rispetto.
6. “La piccola principe“, di Daniela Danna Possono i minorenni voler cambiare sesso? Da dove viene questa strana richiesta, dal momento che cambiare sesso non è realmente possibile? L’attuale confusione tra “sesso” e “genere” indotta dalla filosofia postmoderna, secondo la quale il mondo è un testo e la realtà materiale non ha alcuna importanza, sta dando una spinta potentissima alla normalizzazione delle nuove generazioni. Se sei un bambino effeminato, diventerai bambina. Se sei un maschiaccio, allora sei “veramente” un ragazzo. Big Pharma ti sorride: ti venderà ormoni per tutta la vita.
7. “Trilogia SCUM“, di Valerie Solanas Composta prima del risveglio della seconda ondata femminista degli anni Settanta, a cui ha fornito un impulso decisivo, e prima della rivolta di Stonewall e della nascita del movimento LGBTI e queer, l’opera di Solanas rivela tutta la sua straordinaria attualità. Un umorismo cinico, incendiario, a tratti sconcertante, si dispiega in una pratica di scrittura che sfugge a facili classificazioni letterarie e apre invece uno squarcio sulla “fogna” da cui la scrittrice fa recapitare il proprio messaggio. La sua verve polemica anticipa temi dibattuti ancora oggi, tra i quali l’uso della tecnologia (inclusa quella riproduttiva), l’esclusione delle donne dalla cultura, dall’arte, dalla scienza e dalle risorse economiche, il lavoro domestico non retribuito delle donne, il sessismo psichiatrico e la critica radicale all’eterosessualità obbligatoria.
8. “In culo a te“, di Valerie Solanas Up Your Ass (In culo a te), che tanto terrorizzò il guru della provocazione Andy Warhol, è un atto unico che racconta la giornata di una giovane prostituta, Bongi Perez – spiritosa, lesbica, implacabile castigatrice delle dinamiche di potere uomo-donna a colpi di battute folgoranti, nonché palesemente alter ego della stessa Solanas – e della variegata fauna metropolitana con cui quest’ultima si trova a interagire: drag queen, marchettari più o meno sfortunati, attempati sporcaccioni, dinamici intellettuali, casalinghe disperate e ragazze emancipate. Di ognuno di essi Bongi, con esilarante e scanzonata puntualità, rivela idiosincrasie, paradossi e contraddizioni – non ultima la grottesca assurdità dei comportamenti tramite cui le donne passivamente adagiate su modelli patriarcali tentano di compiacere gli uomini.
Tazi-Preve in Contro la maternità patriarcale critica il concetto di maternità elaborato dai padri.
Questo saggio mostra come gli uomini abbiano trasformato la maternità svuotandola del suo vero significato e facendo sparire la figura della madre compiendo un “matricidio storico”.
La verità è che questo omicidio può essere compiuto solo in modo simbolico perché gli uomini della madre non possono fare a meno. Non solo perché da lei vengono generati ma perché l’equilibrio della società intera si regge sul suo incondizionato donare.
Eppure sebbene la società si regga sul suo contributo la madre scompare dietro le mura domestiche, isolata e privata di parola.
Ma noi per riprenderci la nostra maternità e la nostra capacità generativa cosa possiamo fare?
Leggine un estratto…
“Secondo la mia tesi, l’odierno concetto di maternità, che io chiamo “maternità patriarcale” (Tazi- Preve 2013), si basa sul matricidio storico (Tazi- Preve 1992), che possiamo rinvenire nel mito, nella psicologia, nella scienza, nella medicina, nella legge, nella politica, nella filosofia e nella religione.
La madre è ancora viva fisicamente, essendo necessaria come fattrice, nutrice e lavoratrice, ma i vincoli e le coercizioni a cui è sottoposta sono il risultato di una violenta trasformazione; peraltro, la seconda ondata del movimento delle donne non è riuscita ad apportare alcun mutamento sostanziale.
Per comprendere come mai la “questione femminile” non sia stata risolta, ma anzi stia peggiorando, è necessario sviluppare quanto prima nuovi strumenti analitici. La maggior parte delle ricerche accademiche non indaga in modo critico e appropriato. Il modo in cui la ricerca sulla maternità è svolta nell’ambito delle scienze sociali, principalmente in sociologia, scienze politiche e psicologia, riferisce di un destino di madri vincolato alle premesse economiche della vita familiare e della forza lavoro (Rille-Pfeiffer e Kapella 2007), o del loro stato psicologico (Klepp 2003) durante la gravidanza, dopo la nascita e nella crescita della prole. L’approccio è descrittivo, segue l’ottica di un’unica disciplina ed è apolitico.
L’intero quadro delle numerose coercizioni a cui le madri sono sottoposte (che io definisco violente) è del tutto trascurato. Johan Galtung (1988) ha mostrato che la violenza non si manifesta soltanto in forma fisica diretta, ma anche a livello strutturale e culturale. L’assenza di risposte appropriate negli studi femministi e nelle teorizzazioni politiche ha portato la cosiddetta Scuola di Innsbruck a sviluppare la Teoria critica del patriarcato.
Si tratta di un approccio che presenta una meta-teoria sistemica interdisciplinare (von Werlhof 2013, Projektgruppe 2009), ma è molto più di questo. È una concezione epistemologica meta-teorica della civiltà in tutte le sue dimensioni. Attraverso i suoi strumenti appare chiaro come lo scopo finale della politica, dell’economia e della società sia la costante distruzione della natura e degli esseri umani volta a una loro ri-creazione artificiale ipoteticamente migliore. Si spiega inoltre come l’idea delirante di un mondo in apparenza migliore possa essere sviluppata solo a partire da «lo shock e il terrore reverenziale» (Klein 2008).
La parola chiave è “patriarcato”, termine usato all’inizio della seconda ondata del movimento femminista per indicare un sistema globale di dominazione delle donne. La Teoria critica del patriarcato parte da un approccio etimologico e mostra come il termine provenga dal latino pater e dal greco árche, che ha diversi significati: può indicare il dominio, ma anche l’inizio (Gemoll 1965). È il padre che vuole prendere il posto della madre come origine e creatore, obiettivo che viene perseguito a livello materiale, ma anche simbolico e mitologico, come nel mito di Zeus
che “fa nascere” la figlia Atena dalla propria testa. Ciò che la versione storicamente più recente del mito nasconde è che, prima di questo presunto parto, Zeus aveva ingoiato la dea Metis incinta della loro figlia. Allora come oggi il patriarcato dipende dall’assimilazione della potenza materna per poter imitare la creazione della vita. Il modo in cui la maternità è attualmente concepita si basa su due tendenze principali. Una è la direzione verso cui stanno virando le teorie e le pratiche femministe. Quello che è successo nelle ultime decadi è che l’approccio di Michael Foucault e la sua teoria critica della modernità sono stati applicati alla teoria femminista e hanno spodestato l’approccio femminista alle scienze sociali. Judith Butler (2013) e altri hanno sviluppato la teoria della performatività di genere, negando che ci sia alcunché di naturale nel corpo femminile e rendendo così impossibile parlare di donne in senso collettivo.
Questo concetto, ampiamente accettato in ambito accademico, ha provocato inoltre una svolta verso l’individualizzazione del “problema femminile” e l’abbandono di una prospettiva sistemica. In un mondo “neutrale a livello di genere”, la possibilità di una concezione collettiva delle donne svanisce e l’attivismo politico contro l’ingiustizia e la violenza strutturali diventa impossibile. Favorendo una
visione individualistica, l’“essere donna” è ridotto a una questione di retorica e il femminismo perde il suo potere trasformativo. Ci si può domandare se fosse effettivamente questo lo scopo della teoria di genere, quel che sappiamo per certo è che tale approccio contribuisce al progetto patriarcale dell’abolizione della madre.
Il discorso pratico politico è dominato dal femminismo liberale e socialdemocratico, secondo il quale è l’occupazione che assicura la libertà, mentre la maternità è una questione personale; le soluzioni proposte si concentrano principalmente sulle strutture per una completa assistenza all’infanzia.
In secondo luogo, i concetti propri del femminismo liberale sono alla base delle misure di gender mainstreaming, come le leggi dell’Unione Europea volte ad aumentare la ricchezza dell’Unione includendo la capacità produttiva delle donne come lavoratrici e madri. In un’“empia alleanza” tra l’approccio liberale e quello di genere, temi come l’intersezionalità e la teoria dell’identità dominano sia il discorso accademico sia quello politico.
I Women’s Studies vengono sostituiti dai Gender Studies e negli ultimi dieci anni anche dai più recenti Sexuality Studies, che si concentrano sull’orientamento sessuale. In questo modo l’attenzione della cultura e della politica, e i soldi che l’accompagnano, si rivolge alla ricerca apolitica sulla “questione di genere”.
L’immagine della madre è anche fortemente influenzata dalla nuova concezione di ciò che un tempo s’intendeva con la parola economia (oikos nomos), secondo l’originario significato greco di fornire alle persone i beni necessari.
Oggi la dottrina distruttiva del neoliberalismo, «in cui i governi nazionali europei sono ora definiti come nulla più che collettori di denaro per banche e multinazionali» (von Werlhof 2011, p. 28), ha portato alla “meccanizzazione” degli esseri umani e dell’intero mondo animato (Genth 2002). Ogni forma di vitalità è distrutta a favore di un mondo trasformato in una “macchina da soldi”.
L’economia del mercato finanziario è basata sul lavoro delle donne come procreatrici e prestatrici di cure. Nel mondo neoliberista la madre è trasformata in un ingranaggio della macchina-famiglia, sradicando così la coesione sociale, la mutualità e un’intera cultura di interazione sociale”.
“Fai la brava. Se il mostro delle favole è mio padre (VandA edizioni)di Katia M. racconta una storia vera di violenze perpetrate da un padre sulla figlia per quattordici lunghi anni, ma soprattutto racconta del riscatto di una donna che è riuscita con incredibile coraggio a rompere il muro di silenzio che ha circondato la sua infanzia negata. Gli abusi sessuali sono iniziati quando Katia aveva quattro anni e proseguiti in un crescendo di perversione fino a quando, raggiunta l’adolescenza, è venuto a galla in seguito alla denuncia della stessa vittima, tutto lo squallore di una vicenda assurda accaduta in un piccolo paese ligure come assurde soltanto possono essere tutte le storie che riguardano la violenza sui minori. Moltissime delle quali rimangono purtroppo sommerse. Si tratta di storie scioccanti che troppo spesso non trovano voce. Questa di Katia dopo essere finita al centro di una vicenda giudiziaria complessa che ha portato alla condanna del padre-bruto, è una di quelle che fortunatamente grazie all’eroismo della persona offesa si è potuta conoscere e costituisce oggi un esempio di come se ne possa uscire, portando un messaggio di speranza alle vittime che per paura o vergogna non hanno trovato ancora la forza di raccontare.
Katia, che ha deciso di pubblicare il suo libro tacendo il proprio cognome per tutelare la figlia, non risparmia nessun particolare della vicenda che l’ha vista protagonista ma ce ne parla con una dignità rara e vitale che trasforma il male in bene con parole necessarie: Usare il male che mi è stato fatto per diventare una persona migliore anziché consumarmi nell’odio o nell’autodistruzione è stata la mia regola, la mia filosofia. Se dal male nasce altro male non si arriva da nessuna parte; ma se dal male nasce anche solo una briciola di bene questo sarà duro come l’acciaio, perché temprato dalle difficoltà e dalla sofferenza, e bisogna usarlo per generare altro bene.
Storie come quelle di Katia si verificano sempre e ovunque, e sarebbe bello pensare ci possa essere anche sempre qualcuno che si accorga che “c’è qualcosa che non va”, qualcuno in grado di vedere un po’ più in là e possa così denunciare, rompendo il circolo vizioso che vede le vittime isolate da tutto e tutti. Servirebbe forse una coscienza collettiva più sviluppata, una responsabilità ancora maggiore e solida e la voglia di urlare, non solo da parte della vittima. Ciò che fa più paura di queste storie, come si apprende dal libro edito da VandA edizioni, è il silenzio che le circonda, come una cortina di nebbia attraverso cui è difficilissimo vedere. Vicki Satlow, agente letterario ed editore, con la sua casa editrice ha avuto a sua volta il coraggio di dare voce a questo memoir perché è necessario che queste storie trovino posto nel mondo editoriale potendo essere lette da chi può trovare in esse un motivo in più di forza per reagire. Chi è vittima di violenza deve combattere molti mostri prima di arrivare ad ottenere giustizia sconfiggendo il proprio carnefice: la confusione, la vergogna e il senso di colpa che porta a mentire a se stessi, ma soprattutto la solitudine. Come se non bastasse deve fare i conti – se trova il coraggio di denunciare e venire allo scoperto – con la reazione di certa “gente” che per ignoranza non è in grado di capire che la vittima è soltanto tale e la vergogna deve appartenere esclusivamente agli aguzzini.
Il paese si divise a metà, chi diceva che non dovevo parlare, che avevo svergognato la mia famiglia inutilmente, che visto che ormai aveva smesso potevo stare zitta; chi invece mi difendeva e diceva che avevo fatto bene a reagire e a denunciarlo. Chi vive in paesi piuttosto piccoli può immaginare quanto si parlò della vicenda. Io non volevo nemmeno uscire di casa, mi stavo chiudendo a riccio, nel mio dolore e col fastidio che chiunque incontrassi ormai sapeva di me.
Non si può mai tacere la violenza se si vuole ricominciare, come ha fatto Katia, a vivere per davvero e il coraggio di denunciare con tutto quello che di molto arduo può conseguire – quel coraggio che sempre troppe poche vittime riescono a trovare – è una lezione importante che tutti abbiamo il dovere di imparare.”
Su La Ventisettesima Ora è uscito un nuovo articolo di Caterina Capparello su “A proposito di Elena” di Giusi Norcia.
Eccone un estratto:
Ogni due secondi, da qualche parte nel mondo, una donna è costretta a sposarsi. E molto spesso dopo un rapimento. Secondo le stime del World Health Organization, sono circa 22 milioni le ragazze che hanno contratto un matrimonio in giovane età. Giovani donne rapite per essere costrette a sposarsi, obbligate a lasciare dietro di sé la propria famiglia, i propri sogni e il proprio futuro. Considerate oggetti privi di qualunque volontà e diritto, queste donne si ritrovano sole, faccia a faccia con uomini che non vogliono affatto la loro felicità: impediscono di avere un’istruzione completa e le costringono a subire violenze. Un fenomeno, quello dei matrimoni forzati, molto diffuso in Rwanda, Etiopia, Nigeria, Kenya, Kirghizistan, India e Cina. Mette letteralmente i brividi l’Ala Kachuu del Kirghizistan (letteralmente “prendi e scappa” nella lingua locale), dove le ragazze vengono rapite allo scopo di diventare spose dei propri rapitori.
Una pratica che, nonostante sia illegale solo dal 2013 (punibile con una pena fino a 10 anni di prigione), ancora continua indisturbata. Secondo le Nazioni Unite, infatti, sarebbero quasi 12.000 le kirghise che ogni anno vengono rapite e costrette a sposarsi. E sono poche le donne che si rifiutano, pena lo stupro o la morte anche per suicidio, circa l’84%, finisce quindi per accettare il proprio destino.
Rapimento e matrimonio hanno un’origine molto lontana, ingiustificabile, ma proveniente da un antico passato. Rapire una donna e farla sua per colpire la società nel profondo, soprattutto in guerra. Ma nell’antichità anche la bellezza di una donna era un’arma a doppio taglio. Rapire la donna più bella significava togliere il bello di una città, togliere ad un uomo il suo trofeo, privarlo della dignità. Chi non conosce la storia di Elena, sposa di Menelao e causa della famosa guerra di Troia. Una ragazza che, per la sua bellezza o per il semplice fatto di essere una donna, aveva già subito due rapimenti. Teseo il primo, Paride il secondo. In entrambi i casi fu riportata a casa, ma a quale prezzo?”
Ricondividiamo la bella intervista di Giusi Sciacca alla nostra Giuseppina Norcia per l’uscita del suo nuovo libro “A proposito di Elena”, uscita sulla sezione culturale de La Sicilia.
Tutto ha avuto inizio in una casa privata di Milano. È il 1960 ed è qui che Masal Pas Bagdadi fonda con la fiducia di sette genitori un asilo che diventerà «un po’ diverso dai soliti».
In Ti cuocio, ti mangio, ti brucio e poi ti faccio morirel’autrice racconta l’esperienza vissuta tra il 1966 e il 1997 e di come, dopo numerose peripezie e avventure, sia nato “il centro giochi” un luogo di ascolto, dialogo e inclusione.
L’approccio di Masal si fonda su un punto saldo: in questo luogo tutto è importante. Ogni gesto, parola e fantasia dei più piccoli è portatore di una valenza simbolica di cui bisogna prendersi cura.
Leggine un estratto…
“Il gioco simbolico
Capita a volte che l’adulto (educatore o genitore) pensi al gioco del bambino esclusivamente come a un’attività peculiare dell’infanzia, la cui funzione è quella di divertire il bambino oppure, in casi specifici, di insegnargli delle cose (gioco didattico). È vero che forse oggi c’è più disponibilità di ieri a capire che il gioco ha una sua funzione nella vita del bambino, ma la maggior parte delle persone non sa in che cosa consista. Per illustrare brevemente come il gioco abbia anche e soprattutto un significato simbolico, in questo capitolo ho cercato di analizzare in modo semplice e sintetico alcuni giochi fatti dai bambini “all’asilo”.
Il lettore potrà seguire così la struttura del gioco, le parole dei bambini e i miei interventi durante lo svolgimento del gioco.
Le interpretazioni riportate di seguito, elaborate in un momento successivo per motivi di ricerca, sono state inserite per guidare il lettore nella comprensione delle dinamiche caratteristiche di questi momenti. Sono convinta che queste osservazioni sull’attività del gioco (che devo in parte alla sensibile collaborazione di Susanna Raimondi e Susanna Cohen) possano stimolare e far riflettere in modo più profondo anche tanti genitori ed educatori. L’acquisizione della capacità di osservare un gioco può essere infatti uno strumento utile per capire che cosa sta a cuore al proprio bambino e per fare, di conseguenza, interventi più appropriati.
Negli esempi riportati è abbastanza evidente il piacere sensoriale e intellettuale che il gioco procura al bambino. Attraverso l’osservazione si possono notare le diverse emozioni, le angosce, le gioie, gli affetti, la rabbia, che sono indice di una vita interiore ricca e complessa.
Eppure, l’aspetto più coinvolgente riguarda proprio l’energia emotiva che ogni bambino proietta sui personaggi, che rappresentano così in modo vivo la sua vita interiore. Nel momento dell’analisi ho cercato di mettere in evidenza le motivazioni interne che spingono il bambino a fare un certo gioco, in modo che il lettore si possa rendere conto di come le spinte interiori non siano casuali.
La mia modalità di intervento è legata all’osservazione attenta di quel che accade a livello conscio e inconscio, per dare una risposta adeguata sul piano della realtà. In genere uso l’interpretazione analitica solo in momenti di necessità, per alleviare un’ansia troppo forte, sia a livello individuale sia a livello di gruppo.
Va detto che la ‘lettura’ a occhio nudo del gioco simbolico non è così immediata, ma richiede studio ed esperienza. Spero comunque che il mio lavoro serva a stuzzicare la curiosità di genitori ed educatori e forse ad aprire una porta verso il mondo affascinante e originale del gioco infantile.”
Il gioco della palla e lo scivolo: un’elaborazione simbolica della separazione
Alessandra (due anni e mezzo) arriva all’asilo e va direttamente sullo scivolo. Mentre sale e scende più volte, con l’aria un po’ incantata, si racconta le sue storie sottovoce, restando poi a lungo seduta in fondo allo scivolo. Non si guarda in giro per non vedere l’ambiente, che le è ancora estraneo e ostile (viene all’asilo da poco più di un mese).
Il fatto di andare sullo scivolo appena arrivata esprime una sua modalità specifica attraverso la quale elabora l’ansia della separazione dalla madre. Con la scivolata, veloce, violenta e ripetuta più volte, simboleggia il suo vissuto interiore al riguardo (lo scivolo-mamma è qualcosa a cui si può attaccare e da cui si può staccare). La ‘coazione a ripetere’ esprime il suo sforzo di impadronirsi del processo di separazione-individuazione, accompagnato da un dialogo immaginario tra lei e la madre (parlare sottovoce), in cui la madre è presente in modo allucinatorio.
“L’ebbrezza della velocità placa le sensazioni di ansia e il piacere fisico dà benessere alla bambina in un momento in cui sperimenta sentimenti spiacevoli. Essendo piccola, Alessandra non riesce a superare il momento del distacco fisico in modo tranquillo, ma lo vive come espressione violenta.
Esaurita la prima tensione attraverso il gioco dello scivolo, Alessandra prende una palla, la tiene stretta sotto la pancia, la stringe forte, poi la ributta e va a riprenderla con espressione più allegra e presente. Il gioco si ripete parecchie volte.”
“Riflessione. Se nella prima parte la bimba vive la sua separazione dalla madre con violenza e abbandonandosi a fantasie allucinatorie, il gioco della palla rappresenta ora la sua capacità di possedere una mamma-palla e di separarsi da lei come desidera, traendo piacere dal dominio dell’oggetto e provando felicità nel riabbracciarlo (il tutto ricorda il ‘rocchetto’ di Freud). Tenendo conto della modalità di porsi di Alessandra, taciturna e diffidente, non l’ho presa in braccio all’arrivo, come faccio di consueto, rispettando così la sua difficoltà emotiva a essere maneggiata e toccata.
L’ansia iniziale di separazione è comune ai bambini di quest’età e lo scivolo è un ottimo strumento per liberarsene. Se in Alessandra il problema era particolarmente forte, quasi tutti, all’arrivo nell’asilo fanno un paio di scivolate a cui seguono immediatamente le scivolate di bambole, pezzi di lego, macchinine e così via. I vari oggetti che rappresentano il Sé sono l’elaborazione simbolica della separazione dalla mamma. Ciò permette al bambino di tollerare il senso di frustrazione legato alla separazione e di trasformarlo in un momento di piacere, di benessere. Superate le prime difficoltà, il bambino è pronto a rivolgere la sua attenzione ad altri interessi”.
12 case, tanti pianeti affronta un tema importante: l’affidamento. Lo fa attraverso i disegni di Margherita Braga e le storie di alcuni piccoli amici che vanno incontro, proprio come accade ai bambini, a diversi cambiamenti.
Non tutti siamo uguali, qual è allora il segreto per affidarsi? Forse si tratta solo di imparare a guardare con nuovi occhi o con quelli di un camaleonte e allora una o due case possano sembrare anche poche e quella dell’affidamento può diventare un’esperienza bellissima.
Trattate in tutta la loro complessità queste storie raccontano gli aspetti positivi e negativi legati al cambiar casa e al conoscere una nuova famiglia.
Con una cura e un’attenzione particolare Agnese Bizzarri e Margherita Braga confezionano un delizioso libricino in grado di far riflettere grandi e piccini.
Leggine un estratto…
“Sono Ibic, e vivo in 12 case. “Cosa? 12 case!!! Ma come è possibile? Chi porta la spesa? Ma in tutte ci sono le scale? Ma per cambiarti la canottiera fai 12 valigie? E i quaderni di scuola li tieni in tutte le case?”
Ora cerco di chiarirti meglio. Qui nello spazio tutto è tanto: il cielo, le stelle, le nebulose, i pianeti, i buchi neri, gli amici, i genitori, le case… Appunto, torniamo alle case. Vediamo. Sono 12:”
“nella prima vivono i miei genitori, quelli del primo pianeta, nella seconda casa vivono i miei genitori, quelli del secondo pianeta, nella terza gli amici del primo pianeta, nella quarta gli amici degli amici del primo pianeta, nella quinta gli amici degli amici del secondo pianeta, nella sesta i nonni del primo pianeta, nella settima i nonni del secondo pianeta, nell’ottava gli zii del primo pianeta, nella nona gli zii del secondo pianeta, nella decima i cugini del primo pianeta, nell’undicesima i cugini del secondo pianeta, nella dodicesima la tata del primo pianeta. Si può dire che non mi sono mai annoiato. Scusa, ti ho interrotto. Mi stavi dicendo che tra poco avrai due case, che è complicato quando porti un giocattolo nella prima casa e magari nella seconda hai scordato il quaderno di matematica.
Due sole case? Mi spiace moltissimo! Troppo poche. Se te ne servono altre, dieci le metto io. Di più non posso.”
Atteggiamento generale: felice come una pasqua a meno che non debba indossare una gonna».
Così inizia la graphic novel Maschiaccio di Liz Prince, nella quale l’autrice attraverso un suo fumettistico alter ego di 31 anni rilegge con fare aneddotico alcuni momenti della sua vita.
Che significa se a una bambina non piacciono i vestiti, il rosa o giocare con le bambole insieme alle amichette? È automaticamente un maschiaccio?
Con un’ironia tagliente Liz Prince attraverso il suo fumetto ci costringe a riflettere su come “banali” momenti quotidiani possano reiterare le costrizioni di genere e di come del genere si possano involontariamente far propri gli stereotipi.
Su Avvenire, il giornalista Giuseppe Matarazzo ha inserito un bel riferimento a “A proposito di Elena“, il nuovo libro di Giuseppina Norcia, in un articolo dedicato interamente alle “voci sole” del dramma antico.
L’articolo di Giuseppe Matarazzo su Avvenire
Eccone uno stralcio:
“Come la scrittrice e grecista, Giuseppina Norcia, insegnante di Drammaturgia antica nella stessa Accademia dell’Inda. «Mythos significa racconto – esordisce Norcia –. Per esistere un mito ha bisogno di essere narrato, oggi come allora, altrimenti si spegne, si fossilizza. La sua capacità di essere mappa dell’anima tesse e insieme rinnova il legame tra le nostre origini e la contemporaneità; ci appartiene non in quanto attuale ma perché universale, in un respiro più ampio che unisce le tre dimensioni del Tempo, passato presente e futuro. Chi racconta un mito “entra nella storia”, fa vibrare il suono delle proprie domande, pone le urgenze del suo tempo». Elena è il mito che lo scorso anno ha incantato il pubblico di Siracusa, interpretata da Laura Marinoni per la regia di Davide Livermore. Ci siamo lasciati lì. Dove Elena aleggia ancora. E proprio alla regina di Sparta Giuseppina Norcia ha dedicato il suo ultimo libro, “A proposito di Elena“ (VandA edizioni, pagine 120, euro 14,00) dove mescola meravigliosamente i generi, unendo il saggio, la narrazione, il teatro. Dal mito di ieri alla “Elena 2.0” di oggi. «Alcuni miti o personaggi possono rimanere quasi sopiti, per poi risvegliarsi, attivarsi quando risuonano con un dato tempo. Credo che in questo momento un personaggio come Elena sia interprete di temi urgenti, dall’uso dei corpi delle donne alle cause (o ai pretesti…) dei conflitti, dal rapporto tra verità e mistificazione al potere tremendo o salvifico che la bellezza ha sul cuore umano. Quale bellezza, dunque, salverà il mondo?». Questione senza tempo. Di drammi che aspettano di tornare in scena.”
Su letture.org è uscita una bella intervista a Giusi Norcia per la pubblicazione del suo nuovo libro “A proposito di Elena“.
Eccone uno stralcio:
“Dott.ssa Giuseppina Norcia, Lei è autrice del libro A proposito di Elena edito da VandA: cosa sappiamo di Elena di Sparta? Il Mito greco è per me, da sempre, fonte di ispirazione e materia viva, da narrare e plasmare, per la sua capacità di essere mappa dell’anima e nel contempo – come diceva Kerényi – un tessuto senza orli, che non ha mai fine. I grandi personaggi del mito – pensiamo a Odisseo e Penelope, Agamennone ed Ettore, Achille, Elena… – popolano la nostra immaginazione attraverso i racconti dell’infanzia, le letture scolastiche, la cinematografia, oltre che, naturalmente, le letture personali o gli studi specialistici. Il loro essere patrimonio comune e condiviso nasconde tuttavia un’insidia, alimenta l’illusione di conoscerli, schiacciandoli così nel cliché che li semplifica: l’astuzia e la fedele attesa, il potere e la lealtà, la forza, la bellezza… Credo che accostarsi a loro per narrarne ancora la storia richieda uno sguardo rinnovato, la capacità di ascoltarli come se fosse la prima volta: allora, se poniamo altre domande, il Mito risponderà diversamente rigenerandosi con noi. Cosa sappiamo di Elena? – è stata proprio la prima domanda che mi sono posta, a proposito della regina di Sparta. Sul suo conto si dicono molte cose, storie che si intrecciano e a tratti si contraddicono. Sappiamo che è figlia di Tindaro e Leda, sovrani di Sparta, ma che in realtà è di stirpe divina, generata da Zeus che si unisce in forma di cigno alla bellissima madre. Secondo un’altra versione della storia, Elena sarebbe figlia di Nemesi, divinità legata all’equilibrio del mondo e alla giustizia redistributrice. Così, lungo il sentiero del mito, necessità e bellezza si congiungono. Lei è la sposa di Menelao e l’amata di Paride con cui fugge a Troia, eppure altrove narrarono di una nuvola d’aria, di un eidolon mandato nella rocca di Ilio a seminare morte e inganni, mentre la vera Elena sarebbe stata condotta in Egitto. Due uomini, due città, due Elene complicano la storia specchiandosi gli uni nelle altre. Così, il pensiero dominante in principio era che di Elena non si sapesse niente. Il grande paradosso di Elena, la bella per antonomasia, è che il suo aspetto non sia mai descritto: «Non sappiamo se i suoi capelli siano lisci come la seta o indomabili e crespi, del colore del grano o scuri come la notte. Ditemi, ha qualcosa che la rende unica, qualche amabile imperfezione? Un neo sul labbro, una lieve fessura tra i denti? Come cammina Elena? Ama muovere le mani al ritmo delle sue parole? Nessuno lo sa. Di Elena non si sa niente» “
Su Volerelaluna è uscito un articolo di Valentina Pazé a proposito della problematica legata alla denuncia di abbandono dei e delle sexworker durante l’emergenza sanitaria e il lockdown del Paese, che presenta bene la posizione di Luciana Tavernini, Silvia Niccolai, Daniela Danna e Grazia Villa, autrici di Né sesso né lavoro.
Eccone un estratto:
“Tra i settori economici che sono stati certamente penalizzati dal lockdown c’è anche il mercato del sesso. Lo ricorda, su il manifesto del 12 maggio, Shendi Veli (https://ilmanifesto.it/lemergenza-umanitaria-del-lavoro-sessuale/) , denunciando l’abbandono in cui sono stati lasciati i e le sex worker (di cui parlerò d’ora in poi al femminile, data la netta prevalenza delle donne nel settore) durante la pandemia. E riproponendo le classiche rivendicazioni dei movimenti per la “decriminalizzazione”: dal riconoscimento della prostituzione come attività lavorativa in piena regola alla legalizzazione delle attività collaterali, come il favoreggiamento, che nel nostro paese è un reato che viene talvolta contestato anche a chi affitta la casa a una prostituta o abita con lei (secondo un’interpretazione peraltro scorretta della legge Merlin, criticata da Silvia Niccolai in AA.VV., Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, Milano 2019, pp. 70-117).
Intervenendo su 27esima ora del 22 maggio (https://27esimaora.corriere.it/20_maggio_22/prostituzione-lavoro-o-sfruttamento-b8170e3c-9bd6-11ea-aab2-c1d41bfb67c5.shtml), Luciana Tavernini mostra l’altra faccia della medaglia: «Chiamare la prostituzione lavoro è un modo per convincere che tutto, perfino l’accesso all’interno del nostro corpo, può e deve essere venduto e al massimo possiamo lottare per alzare il prezzo. È un vecchio trucco cancellare lo sfruttamento col nome di lavoro». E dunque, anziché chiedere di legalizzare le attività di coloro che guadagnano dalla prostituzione altrui, bisognerebbe attuare quella parte della legge Merlin che prevede formazione e inserimento lavorativo per le donne che desiderano cambiare vita. Uscendo da un “giro” in cui la stragrande maggioranza di loro è finita per bisogno, e talvolta per vera e propria costrizione (le straniere vittime della tratta), non certo per scelta.
Il contrasto tra queste due posizioni sembra irriducibile e riguarda la stessa scelta delle parole: prostituzione o sex work? “Stupro a pagamento” (come è intitolato il bel volume autobiografico di Rachel Moran) o «un lavoro come un altro», di cui si tratterebbe di garantire l’esercizio in condizioni di legalità e sicurezza? Il tema è di quelli che dividono, anche a sinistra, anche all’interno del femminismo e delle associazioni per la difesa dei diritti umani. E probabilmente non potrebbe essere altrimenti, data la molteplicità delle questioni in gioco: dalla visione del corpo, della sessualità, delle relazioni tra i sessi alle nostre idee sulla libertà, i diritti, il rapporto tra Stato e mercato.”
Il dibattito . Riceviamo e pubblichiamo un ulteriore contributo sulla questione del sex work. La discussione è emersa in seguito a un reportage pubblicato su il manifesto “L’emergenza umanitaria del lavoro sessuale”
Cara Redazione,
invece di dare l’adeguato spazio alle esperienze, relazioni, riflessioni del movimento neo abolizionista purtroppo in alcuni articoli da voi pubblicati se ne travisano le posizioni.
Soprattutto io e altre donne ma anche degli uomini che fanno parte del movimento neo abolizionista siamo contro la prostituzione, non contro chi viene prostituita. Abbiamo relazioni e sosteniamo il movimento delle sopravvissute alla prostituzione, come ad esempio Rachel Moran e SPACE INTERNATIONAL.
Conosciamo direttamente donne di origine straniera che sono state portate in Italia con la tratta e sappiamo i problemi per liberarsene e la gioia quando vi riescono. Conosciamo le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza e anche di questo parlano.
Riteniamo la legge Merlin un grande passo di civiltà e la difendiamo contro le cattive interpretazioni, come argomenta la costituzionalista Silvia Niccolai in Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione (VandA, 2019). Lottiamo contro le sue revisioni che, fingendosi libertarie, rendono libero lo sfruttamento della prostituzione altrui, come risulta dall’attento esame dell’avvocata Grazia Villa nello stesso libro
Siamo contro il sex work.
Per sesso io ho sempre inteso poter scegliere il partner con cui stare e come farlo per avere un piacere reciproco, altrimenti è stupro a pagamento, titolo del libro di Rachel Moran (Round Robin, 2017). Mi sembrava che fosse una posizione condivisa nella sinistra e con i movimenti omosessuali e trans.
Non si rende dignitoso lo sfruttamento chiamandolo lavoro. È un vecchio trucco. Anche gli schiavisti dicevano che sarebbe bastato chiamare gli schiavi assistenti di piantagione per far cessare le lotte abolizioniste. Ma allora il movimento operaio inglese e le femministe non ci sono cascati. Ho lottato e lotto per un’idea di lavoro dove si pongano dei limiti al mercato, ad esempio che l’interno del mio corpo non sia vendibile. E che nessuna sia costretta a farlo per potersi mantenere. Uso il femminile perché non mi piace nascondere che la stragrande maggioranza è donna.
I modi e il senso del mio essere donna è una ricerca libera e quotidiana, rafforzata da donne e uomini che scelgo e stimo. Non mi hanno mai aiutato i vari apprezzamenti di un maschio qualsiasi su pezzi del mio corpo e neppure i fischi, come fossi un cane, oggi sempre più in disuso.
Mi documento su quello che succede nei paesi dove la regolamentazione come in Germania e la decriminalizzazione come in Nuova Zelanda hanno permesso guadagni all’industria prostitutiva, rendendo più povere le prostituite Vedi ad esempio, Julie Bindel, Il mito pretty woman (Vanda, 2019).
Luciana Tavernini della Libreria delle Donne di Milano
Fascino. Tradimento. Guerra. “Una guerra per una donna!”. Sono questi i primi pensieri che suscita Elena di Sparta quando il suo Mito viene evocato.
Lei è la donna dalla bellezza “imperdonabile”, desiderata (e temuta) dagli uomini, disprezzata dalle donne quando, “vestali del patriarcato” la additano come causa del Conflitto e strumento di perdizione, in quel gioco di specchi che strategicamente devia l’attenzione dai soggetti all’oggetto del desiderio.
Così, ripercorrendo la Sua storia con uno sguardo rinnovato emergono altre verità, temi antichissimi e urgenti nel nostro presente. L’uso e abuso del corpo delle donne, la fabbrica della propaganda bellica, la bellezza da possedere a tutti i costi o asservire al Potere come strumento di seduzione.
C’è un’ Elena-Lolita rapita da Teseo che vuole “conoscerla tutta”, a soli dodici anni… In quegli istanti sento ancora la mascella di Teseo costringere la mia, il cigolio del carro in fuga lungo strade di polvere, il letto in cui il mio cuore corse per la prima volta incontro all’ombra.
C’è un’’Elena assediata chiusa nella rocca, non così diversa da Briseide, la ragazza su cui si scatena la contesa tra Achille e Agamennone, o dalle Troiane che saranno deportate dai vincitori. Donne ridotte ad essere «il premio più ambito, che suggella lo status nella gerarchia dei guerrieri, belle da esibire, esaltanti da possedere, con quei corpi da espugnare come fossero città. Così il sesso diviene un’espansione del potere e della guerra.»
C’è un’Elena che “merita” di essere molestata perché in fondo le piace: Dimmi, presa la giovane [Elena], non ve la siete ripassata a turno, visto che a lei piace avere tanti amanti? dicono a Odisseo i Satiri che, nel Ciclope di Euripide, sono al servizio di Polifemo nel suo antro, «mettendo in scena la fantasia punitiva e dominatrice del branco verso la donna accusata d’essere di facili costumi. Di essersela cercata».
Afrodite può portare molti doni o trasformarsi in una presenza oscura, quando la donna è costretta a “offrire” l’accesso al proprio corpo. Accade nel III libro dell’Iliade, dove la presunta femme fatale portatrice di guerra è, o almeno è anche, una donna costretta a concedersi a Paride da una “dea maîtresse” che minaccia di punirla; accade alle donne costrette a vendersi in quello stupro a pagamento che, per la violenza ad esso connaturata, smentisce la definizione di sex workers.
Eppure, nelle pieghe del Mito esiste un’altra Elena, una donna “divina” e potente, in grado di rigenerarsi e proteggere, creatura legata alle forze originarie della Vita e a quel tempio d’alberi che è la Natura. È questo il momento di richiamarla, questa Elena in esilio da troppo tempo e viva dentro ognuna, dentro ognuno di noi. È tempo, finalmente, di “guardarla”. «Come un uovo si dischiude il mio ventre gravido di nuove parole… “contemplazione, dignità, amore”. Ascoltate, come un vento, la mia voce. Sono luna, albero, sorgente. Deponete al suolo le armi. Ascoltate. Li sentite i battiti? È la Vita che rinasce.»
Leggine un estratto…
“Giovane donna E l’hai più vista?
Donna Chi?
Giovane donna Elena.
Donna Da molto tempo nessuno la
vede più. Scomparsa. Si dice
persino che non sia mai esistita.
Giovane donna La amavano tutti.
Donna Amavano?
Giovane donna Ognuno di loro l’avrebbe
desiderata per sé, così andarono a prendersela.
Donna Povera Elena, non la
invidio.
Giovane donna E perché mai? La bellezza è un dono, la tratti come
fosse una malattia!
Donna Furono tutti fin troppo
pronti ad impugnare lance e scudi per lei, contro di lei.
Giovane donna Qualcuno ti ha mai detto
come era fatta?
Donna Nessuno lo sa, perché nessuno l’ha mai guardata: bisognava
adorarla come una dea o possederla come una femmina.
Credi ancora che la
amassero?
Giovane donna Fino ad esserne
terrorizzati…
…Lei appare sempre con un
fruscio di vesti leggere e una luminescenza che irretisce.
Gli occhi le si posano
addosso, rapiti. Allora, il tempo si ferma sull’orlo dell’abisso e sbiadisce la
memoria di ciò
che
era stato – tangibile, reale – fino a un istante prima.
È la donna dalla bellezza
insostenibile, eppure non è
mai
descritta.
Non sappiamo se i suoi
capelli siano lisci come la seta o indomabili e crespi, del colore del grano o
scuri come la notte.
Ditemi, ha qualcosa che
la rende unica, qualche amabile imperfezione? Un neo sul labbro, una lieve
fessura tra i denti? Come cammina Elena? Ama muovere le mani al ritmo delle sue
parole? Nessuno lo sa.
Di Elena non si sa
niente. Crediamo di conoscerla ma non l’abbiamo mai guardata. È questo il suo paradosso,
o forse l’indizio che ci lascia, agli albori di un viaggio nel suo mondo
misterioso.
Di lei si conosce, però, l’effetto che ha sugli
altri.
Incantamento.
L’indicibile desiderio di possederla per sempre. Il piacere frammisto a un
terribile senso di libertà. La paura, anche.
Lei è la grande disvelatrice,
lo specchio dei desideri, ma gli esseri umani non sono sempre all’altezza della
verità. Come muri mal
costruiti, si sfarinano al suo incedere gli intonaci dei vincoli prestabiliti,
delle convenzioni sociali, delle apparenze.
Bisogna tenerla lontana.
Così, sulle mura di Troia i
vecchi la guardano e parlano stridendo come cicale sugli alberi, con voce
sottile: “Somiglia alle immortali terribilmente”, dicono. “E se è così bella è meglio che se ne
vada”.
Sono passati poco più di due anni da quando, il 15 maggio 2018, tredici attiviste saudite sono state incarcerate per le loro pacifiche lotte per il diritto alla guida dell’automobile (concesso dal re alle donne nel giugno successivo) e per la modifica della norma sul guardiano, che in Arabia Saudita ha potere assoluto sulla donna di cui è tutore. Cinque di loro sono ancora in carcere , mentre otto sono state liberate, pur rimanendo tutte in attesa di processo. Alcune di loro sono state torturate e sottoposte ad abusi. Lo ricorda un comunicato di Amnesty International del 15 maggio scorso, dove l’organizzazione per i diritti umani chiede la scarcerazione delle attiviste e degli altri attivisti che sono stati imprigionati nello stesso periodo.
Durante la mia permanenza in Arabia Saudita, dal 2010 al 2013 ho incontrato e intervistato tre delle attiviste incarcerate, Eman al- Nafjan, Aziza al- Yousef, Hatoon al-Fassi. Racconto le loro storie insieme a quelle di molte altre donne di diverse estrazioni sociali ed esperienze di vita, nel mio libro Nonostante il velo ( VandA epubishing-Morellini ), premio Femminile Plurale di Allumiere 2018, attualmente in libreria nella versione riveduta.
Le loro testimonianze appassionate, a volte sconvolgenti, fanno luce dall’interno su una società come quella saudita che considera le donne proprietà degli uomini e le priva di molti diritti elementari. Eman al-Nafjan è stata mia amica, preziosa testimone e compagna di viaggio durante la nostra spedizione nella parte più conservatrice del paese dove anch’io dovevo girare con il viso interamente coperto. Poco dopo la mia partenza nel 2013, due delle donne che ho intervistato Roua e Omaima, sono fuggite dal paese, la prima ha trovato asilo politico in Canada la seconda in Italia, che ha lasciato da poco per l’Irlanda.
Anche se a partire dal 2018, l’erede al trono Muhammed Bin Salman, ha alleggerito alcuni divieti sociali, limitando tra l’altro il potere della polizia religiosa e ha concesso alle donne alcune libertà prima impensabili, come la possibilità di andare allo stadio con la famiglia e di viaggiare senza il permesso del guardiano, l’Arabia Saudita rimane uno stato di polizia dove gli attivisti rischiano l’incarcerazione a vita o la stessa vita, come il giornalista Jamal Khashoggi, barbaramente assassinato nel consolato saudita a Istanbul nel 2018. La strada per una vera emancipazione delle donne è ancora lunga e difficile.
Acquistate “Nonostante il velo. Donne dell’Arabia Saudita” di Michela Fontana qui.
“Dimenticate ciò che pensate di sapere sul femminismo nero, l’antirazzismo e la liberazione animale. Venite a intraprendere il viaggio insieme a queste due sorelle rivoluzionarie per cambiare il futuro del femminismo, della giustizia razziale, dell’etica e del veganismo”.
Cit. A. Breeze Harper
Nato dal lavoro sul web di due sorelle, “Afro-ismo” è un libro che mette a tema e intreccia animalità, animalizzazione, razzismo e supremazia bianca.
Le autrici, Aph e Syl Ko, mescolano gli elementi provenienti dalla cultura pop come i video, i blog e i social network e i concetti degli animal studies, degli studi critici sulla razza, sui neri e sul femminismo con l’intento di mostrare come sia necessario decostruire la relazione che gli umani impostano con gli animali e di come ciò sia un passo fondamentale per iniziare a mettere in discussione tutto ciò che crediamo dato e immaginare nuove vie.
Leggine un estratto…
“Avete mai incontrato qualcuno che mangia carne e vi bombarda con innumerevoli domande basate su situazioni improbabili solo per aver messo in discussione le sue abitudini alimentari? Questa persona solitamente afferma: “Ma cosa faremmo di tutti gli animali negli allevamenti se questi ultimi non esistessero più? Dovremmo liberarli tutti in una volta? Non sarebbe un problema?”. Oppure, avete mai parlato con qualcuno della fine del sistema carcerario, e questa persona a un certo punto dice: “Se dovessimo chiudere le prigioni, che dovremmo fare con tutti i prigionieri, lasciarli semplicemente uscire?”. Benché queste domande siano frustranti e a volte prevedibili, mostrano fino a che punto le persone siano colonizzate dal sistema vigente, tanto da non riuscire nemmeno a immaginare nuove possibilità. Non sono in grado di figurarsi un sistema diverso da quello che è stato loro imposto. Trovarsi in un contesto nuovo e caotico fa parte dell’attivismo, ed è ciò che ci permette di varcare la soglia di un territorio concettuale inedito. Quando si abbandonano le più banali convinzioni, può succedere di non sapere esattamente cosa fare, ed è questa la situazione in cui dovrebbero trovarsi molti più attivisti. La confusione è di solito un sintomo della decolonizzazione del sé dal sistema vigente. Le risposte non ti vengono semplicemente offerte, dal momento che d’ora in poi sei costretto a pensare in maniera critica. Devi creare nuovi
schemi e immaginare nuovi modi di interagire con le persone
e di fare le cose. Spesso le persone colonizzate dal sistema contemporaneo
pongono le domande in modo paternalistico,
perché non vogliono che i cambiamenti avvengano, dal momento
che la maggior parte delle persone vive all’interno della
propria comfort zone. Il cambiamento è una minaccia.
Ricordo che una volta dissi a un professore sessista della
mia università che ero femminista. Avevamo appena terminato
una riunione e stavamo uscendo dall’edificio. Mentre camminavamo
verso l’uscita, mi chiese: “So che sei femminista e
non voglio offenderti, posso aprirti la porta? Consenti agli
uomini che ti aprano la porta o ti offendi?”.
Ovviamente, me lo stava chiedendo in tono paternalistico
per deridere le mie convinzioni politiche. Tuttavia, le sue domande
mi hanno fatto capire come fosse lui quello ansioso,
perché non voleva affrontare la sua confusione sulle interazioni
di genere. Era lui a essere ansioso e a non saper cosa fare
quando si trattava di aprire la porta, non io. Del resto, sono
certa che da quando le donne hanno conquistato maggiori diritti
negli Stati Uniti, gli uomini condizionati a considerarci
degli esseri sciocchi hanno reagito negativamente, sottolineando
quanto fossero confusi. Devo pagare la cena? Comprare
fiori? Aprire la porta?
Credo che la confusione sia positiva.
Il discorso sulla cavalleria, con la gente che continua a
chiedere se “la cavalleria è morta” o se dovrebbe tornare di
moda, non riappare per caso: è il contraccolpo all’avanzata
femminista. La mia generazione, quella dei cosiddetti millennial,
prova particolare nostalgia per la galanteria perché evidentemente
era “molto più facile allora”. Era più facile vivere
in un periodo in cui tali comportamenti potevano essere espliciti,
perché non dovevi metterli in discussione: la società ti diceva
cosa fare, come vestirti, come comportarti, e se seguivi il
copione ricevevi la ricompensa.
Molti uomini sciovinisti, aggrappati alle norme di genere del passato, quando incontrano le donne danno al femminismo la colpa di aver contribuito alla loro confusione. Sono convinti che le interazioni di genere siano molto più stressanti di prima. Tuttavia, non sapere come parlare o come comportarsi con le donne è qualcosa di prezioso. Significa che non si guarda più alle donne dal punto di vista univoco che ci vuole tutte facilmente impressionate da esibizioni di finto rispetto (aprirle la porta, ma al contempo non prendere sul serio ciò che dice). Confusione significa che si è entrati in un nuovo territorio e quel che bisogna fare è pensare. Non sapere cosa fare perché i tuoi riferimenti stanno cambiando funge da catalizzatore: dà vita a momenti in cui il tuo sé colonizzato si trova a confrontarsi, o scontrarsi, con il tuo sé “decolonizzante”. L’unico modo in cui possiamo ripartire da zero è darci la possibilità di essere confusi. Gli spazi dell’attivismo sono in fermento proprio perché le persone non vogliono accogliere questa confusione necessaria. È divertente buttare lì la parola “intersezionalità”, ma le persone in realtà hanno paura di creare connessioni tra i diversi movimenti, perché ciò implicherebbe creare nuovi schemi per il proprio attivismo. Ed è difficile, specialmente se l’attivismo che pratichi è diventato la tua identità. L’attivismo è fatto quasi sempre di mantra e copioni già scritti, non incoraggia il pensiero critico o le domande. In realtà mi sono accorta che, quando ci impegniamo con altre persone nell’attivismo, spesso si creano situazioni piuttosto violente, perché riproducono gli stessi problemi contro i quali si sta lottando. Persino i movimenti di giustizia sociale che si aggrappano dogmaticamente all’intersezionalità sono spazi relativamente acritici in cui le persone cercano una struttura da seguire, non una struttura utile alla riflessione critica. Quando pensi criticamente, non ti aggrappi necessariamente a un modello o a un modo specifico di vedere il mondo: cambi continuamente le prospettive, le dislochi.
Come ho scritto nel terzo capitolo, i vegan bianchi hanno attaccato il mio articolo sui 100 Vegani Neri perché ritenevano che spostare l’attenzione sulla razza e sull’animalità nell’ambito dei diritti animali avrebbe distratto le persone dall’aiutare “gli animali”. Sebbene molte persone fossero arrabbiate, alcune sembravano davvero spaventate dal fatto che il loro movimento stesse cambiando, al punto da affermare che chi parla di razza e animalità (come me) appartiene a una “setta” (non sto scherzando). No, non faccio parte di una setta. In effetti, se non si riesce a interpretare le mie azioni o teorie come qualcosa di diverso da un culto, allora forse si fa effettivamente parte di un gruppo con una visione del mondo rigida. Dato che esiste uno schema già consolidato su come impegnarsi nell’attivismo per i diritti degli animali, alcune persone si spaventano quando vedono messe in pratica modalità differenti. Sono terrorizzate dai tentativi, compiuti da alcuni attivisti, di mostrare come lo specismo si colleghi al razzismo e al sessismo, perché “solitamente” non si fa così. Ho incontrato la stessa ansia nei movimenti antirazzisti tradizionali. Quando sollevo le questioni relative ad animalità e razza, spesso mi trovo di fronte una resistenza immediata da parte di gente nera che non crede che lo specismo abbia qualcosa a che fare con il razzismo. In effetti, vengo umiliata sia negli spazi fisici sia in quelli virtuali che hanno già un modo specifico di condurre l’attivismo antirazzista, in quanto i modi di pensare che li caratterizzano non sono progettati per interpretare la teoria che politicizza l’animalità e la supremazia bianca. Comprendo intimamente quanto possa essere spaventoso trovarsi esposti a una teoria che trasforma radicalmente il tuo attivismo. Di recente, mentre mi stavo preparando per una presentazione e avevo quasi completato gli appunti, mi è capitato di leggere alcuni articoli di Tommy Curry, docente di filosofia africana, che sfidano il modo in cui le persone parlano e teorizzano gli uomini di colore e la violenza razziale.
Curry afferma che gli uomini di colore non sperimentano soltanto il razzismo, ma simultaneamente anche una forma di razzismo sessuale, considerato che sono regolarmente molestati sessualmente e violentati dagli agenti di polizia (cosa che i media mainstream tendono a non menzionare nelle proprie analisi del razzismo e della violenza della polizia) e sono sottoposti a traumi sessuali dai tempi della schiavitù. Curry sottolinea in maniera brillante che, quando inquadriamo la violenza di genere come un fenomeno che ruota attorno alle donne (in particolare alle donne bianche), cancelliamo il modo in cui le donne bianche hanno storicamente aggredito gli uomini di colore e continuano a commettere violenza sessuale sui corpi degli uomini neri. Questi articoli hanno frantumato le strutture intersezionali che avevo usato nel mio attivismo, e ricordo di essere andata nel panico: ero d’accordo con l’autore e, proprio per questo, ritenevo che tutta la mia presentazione non fosse valida perché mi rendevo conto delle mie innumerevoli lacune concettuali. Tuttavia, ho integrato le sue teorie perché ero desiderosa di rendere note queste idee provocatorie e rivoluzionarie a chi mi avrebbe ascoltato.
Sfortunatamente, molti attivisti non permettono che le teorie e le pratiche a loro care vengano alterate in maniera così radicale. Alcuni preferirebbero rimanere in un sistema oppressivo pur di conservare una qualche parvenza di potere, piuttosto che affrontare nuove idee e nuove voci che destabilizzano il loro bisogno di controllo. Nel marzo 2015 sono stata a una conferenza di Angela Davis nel corso di un ciclo di studi sulle donne. La parte del suo incredibile discorso in cui mi sono maggiormente ritrovata è stata l’analisi di come gli attivisti spesso riproducano comportamenti oppressivi, non permettendo a sé stessi di cambiare i propri punti di vista. In sostanza, Davis affermava che tutti noi usiamo schemi nel nostro attivismo. Quando qualcuno ci offre nuove informazioni capaci di turbare le nostre strutture, molti di noi si aggrappano ancora più convintamente ai propri schemi e punti di vista, perché abbiamo paura di cambiare. Apparentemente non c’è niente di peggio per un attivista che essere introdotto a una nuova prospettiva o una nuova teoria capace di sfidare il modo in cui ha fatto le cose fino a quel momento. Piuttosto che agire come se quella prospettiva non esistesse, Davis ha suggerito di immergervisi e permetterci di confrontarci con essa. Il riflesso di girarci dall’altra parte, che caratterizza anche gli attivisti, è un prodotto della nostra colonizzazione. Dobbiamo incoraggiare le persone a mettere in discussione i propri comportamenti e favorire la confusione, che è una delle posizioni più rivoluzionarie in cui trovarsi, perché in tal modo non si è vincolati da comportamenti e norme oppressive. In questo spazio possiamo tutti essere architetti concettuali. Le domande smantellano i copioni culturali e la confusione può produrre nuovi schemi utili al cambiamento. La confusione è una fase necessaria dell’attivismo e, se ci si accorge di sentirsi raramente confusi e messi alla prova, allora forse si sta seguendo un copione”.